Rischi macro in aumento mentre l’Ucraina alimenta l’incertezza sul mercato petrolifero

La presenza del conflitto in Ucraina ha complicato gli sforzi dell’amministrazione di Donald Trump volti a stabilizzare i mercati petroliferi durante la guerra in Iran, ampliando i rischi per i mercati finanziari, incluse le criptovalute.

Contesto globale e primo impatto sulle forniture

Per quasi un mese i mercati sono stati dominati da un unico tema: il conflitto in Iran. Le interruzioni nello Stretto di Hormuz, uno snodo cruciale per il trasporto petrolifero, hanno fatto salire i prezzi con forza, alimentando timori di un’inflazione persistente, spostamenti verso asset meno rischiosi e la prospettiva di nuovi aumenti dei tassi da parte delle banche centrali.

Per contenere la pressione sul mercato energetico, l’amministrazione di Donald Trump ha temporaneamente rimosso alcune restrizioni sulle importazioni di greggio dalla Russia, con l’obiettivo di aumentare l’offerta e compensare le interruzioni legate alla crisi in Iran.

Attacchi in risposta e danni alle esportazioni

Tuttavia, la strategia ha subito uno shock quando l’Ucraina ha condotto attacchi con droni contro porti e raffinerie nell’Oblast di Leningrado, azioni che alcuni osservatori hanno definito particolarmente gravi per le capacità di esportazione energetica della Russia.

Un analista ha detto:

“Si tratta della minaccia più seria alle esportazioni petrolifere del Paese dalla invasione su larga scala del 2022.”

Secondo le stime disponibili, i danni hanno ridotto di circa il 40% la capacità di esportazione petrolifera russa, con impatti rilevanti sia sulla produzione che, soprattutto, sulla logistica necessaria a portare il greggio ai compratori.

Michael Kern ha detto:

“È prima di tutto un problema logistico – e in seconda battuta un problema di offerta: ora spostare il petrolio verso gli acquirenti è diventato complicato quanto produrlo.”

Conseguenze sui mercati finanziari e sulle criptovalute

La combinazione tra il conflitto in Medio Oriente, la de facto riduzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz e le interruzioni nella produzione di petrolio e GNL ha aggiunto un ulteriore elemento di pressione su prezzi già elevati, lasciando intendere che i prezzi energetici potrebbero restare alti più a lungo del previsto.

Prezzi dell’energia più alti e persistenti possono tradursi in un’inflazione durevole, spingendo le banche centrali a inasprire la politica monetaria per contenere i prezzi. Questo scenario tende a ridurre la liquidità e a penalizzare gli asset rischiosi, incluse le criptovalute.

I operatori di mercato stanno già prezzando la possibilità di un aumento dei tassi nel breve termine: i flussi nei mercati delle opzioni legate ai tassi overnight indicano una probabilità crescente di un incremento entro le prossime settimane.

Nel complesso, questi fattori suggeriscono che la recente tenuta di bitcoin potrebbe essere messa alla prova; la fascia compresa tra $65.000 e $75.000 appare vulnerabile a rotture al ribasso in caso di un peggioramento delle condizioni finanziarie.

Al momento, bitcoin si attesta intorno a $68.500, con una flessione prossima al 2% nelle 24 ore precedenti secondo i dati di mercato. Il WTI aveva mostrato una caduta fino a $83,95 al barile per poi risalire verso $93,50, mentre il Brent è tornato a scambiare sopra la soglia dei $100.