Il fattore Hormuz, perché la crescita italiana passa per il Medio Oriente

L’economia italiana si trova oggi a navigare in un mare agitato da venti geopolitici che soffiano con forza dal Medio Oriente. Al centro della tempesta non c’è solo il costo del greggio, ma un complesso intreccio di catene di approvvigionamento, inflazione e investimenti. Durante il Festival Treviso Città Impresa, Giovanni Foresti, nella foto, Responsabile Regional Research di Intesa Sanpaolo, ha tracciato una rotta chiara quanto prudente per il sistema produttivo nazionale, legando a doppio filo la ripresa del Paese alla stabilità del Canale di Suez e dello Stretto di Hormuz.

L’incognita energetica e il peso del carovita

Il primo scoglio con cui fare i conti è l’inflazione. Le stime di Intesa Sanpaolo indicano un tasso al 3,8% su base annua, un valore che ci vede correre più velocemente rispetto alla media europea. Questo dato, tuttavia, è condizionato da una variabile esterna: il conflitto in Medio Oriente. Se le tensioni dovessero placarsi entro metà maggio, con una graduale riapertura delle rotte marittime, l’impatto potrebbe essere contenuto, ma il rischio resta alto.

“In Italia ci aspettiamo un’inflazione leggermente superiore alla media europea”, ha spiegato Foresti. “Una percentuale che porterà a una crescita inferiore rispetto al previsto, dovuta a un minore potere d’acquisto e quindi a una minore dinamica dei consumi, ma anche a condizioni finanziarie meno accomodanti”. Il risultato è un PIL stimato in crescita dello 0,4%, una cifra che potrebbe però migliorare se la diplomazia e la logistica dovessero anticipare i tempi di normalizzazione.

Il nodo resta l’energia: l’Italia ha ridotto la sua dipendenza estera dal 2000 a oggi (passando dall’87% al 74%), ma resta ancora vulnerabile rispetto a una media UE del 57%. “L’energia incide maggiormente in Italia rispetto ad altri Paesi dell’Unione”, ha puntualizzato Foresti, ricordando come il nostro sistema industriale sia più sensibile agli shock dei prezzi.

Chi vince e chi perde: la mappa dei settori

Non tutti i comparti subiscono il medesimo impatto. In questo scenario di incertezza, l’Oil & Gas e la componentistica meccanica legata all’energia potrebbero paradossalmente trarre vantaggio dalla crisi. Lo stesso vale per le imprese che hanno scommesso sull’economia circolare e sulle fonti rinnovabili, divenute oggi asset strategici di sicurezza nazionale.

Sul fronte opposto, la sofferenza è palpabile per le industrie ad alta intensità energetica e per quelle esposte verso i mercati mediorientali, dove l’export italiano pesava fino a poco fa per il 3,3%. Oltre agli idrocarburi, l’Italia importa da quell’area alluminio, fertilizzanti e chimica di base, componenti essenziali che, se bloccati, rischiano di paralizzare intere filiere.

La ricetta della competitività: innovazione e talenti

Per reagire, la strada indicata da Foresti è una sola: investire nel capitale umano. Non basta comprare tecnologia, occorre saperla governare e, soprattutto, proteggere. “Gli investimenti in nuove tecnologie si devono accompagnare a una maggiore capacità di brevettare e innovare”, ha sottolineato il ricercatore.

L’Intelligenza Artificiale rappresenta il caso scuola: il suo utilizzo evoluto richiede non solo capitali, ma una strategia nazionale per la formazione e la capacità di trattenere i migliori talenti sul territorio. Se le aziende italiane hanno già dimostrato resilienza aumentando gli investimenti in innovazione, il vero “collo di bottiglia” resta il sistema formativo, che necessita di una riforma strutturale per stare al passo con la velocità del mercato.

Il ruolo dell’Europa e la fuga dei capitali

Infine, lo sguardo si allarga al contesto continentale. Foresti lancia un monito sulla necessità di una maggiore autonomia strategica europea, finanziata anche attraverso il debito comune. Il paradosso è che le risorse ci sarebbero: ogni anno circa 500 miliardi di euro di risparmi europei prendono la via degli Stati Uniti per finanziare imprese e innovazione oltreoceano.

“Trattenere e gestire tali risorse”, ha concluso Foresti, “consentirebbe all’Europa di produrre più valore a livello continentale e di ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici”. In un mondo che corre verso il protezionismo e la frammentazione, la capacità di autofinanziare la propria crescita non è più solo una scelta economica, ma una necessità di sopravvivenza.