Il capo di stato maggiore Bergotto avverte: la difesa di Hormuz non è senza rischi

Italia, insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, ha espresso condanna per gli attacchi rivolti a navi mercantili nel Golfo Persico e per la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. I sei governi hanno manifestato la disponibilità a contribuire a misure volte a garantire il passaggio sicuro in quella zona, fondamentale per i traffici energetici e commerciali internazionali.

Le dichiarazioni ufficiali sottolineano la necessità di inquadrare qualsiasi iniziativa in un quadro multilaterale e giuridicamente fondato. In questo contesto è stata indicata come opportuna la funzione di relazione e legittimazione che potrebbe svolgere Nazioni Unite.

Guido Crosetto ha chiarito:

“Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso ad Hormuz senza una tregua e senza un’iniziativa multilaterale estesa. Siamo consapevoli però dell’importanza per tutti di lavorare per la riapertura in sicurezza di Hormuz e riteniamo che sia giusto ed opportuno che siano le Nazioni Unite ad offrire la cornice giuridica per un’iniziativa pacifica e multilaterale per raggiungere questo obiettivo.”

Valutazioni del Capo di Stato maggiore della Marina

Nel corso di un’audizione parlamentare davanti alla commissione Affari esteri e difesa del Senato, il Capo di Stato maggiore della Marina militare, Giuseppe Berutti Bergotto, ha richiamato l’attenzione sui rischi operativi di un’eventuale operazione di scorta nello Stretto di Hormuz e sulla complessità di difendere rotte marittime così anguste e congestionate.

Giuseppe Berutti Bergotto ha affermato:

“Hormuz è molto particolare, ma come tutti gli stretti: 33 chilometri, di questi 33 chilometri pensate che ci sono due canali come l’autostrada, due vie, una a salire e una a uscire. Un’area del genere è facilmente bloccabile anche con un’arma portatile.”

Il capo della Marina ha spiegato che la conformazione dello stretto e la presenza di corsie di transito molto ravvicinate rendono vulnerabili anche navi grandi e convogli. A questo si aggiungono minacce a bassa tecnologia, come motobarche equipaggiate con armi anticarro, e rischi legati a sistemi di attacco a distanza, che complicano le operazioni di protezione del traffico mercantile.

Giuseppe Berutti Bergotto ha dichiarato:

“Rischio zero su un’eventuale scorta su Hormuz non ce l’ho, cosa che ce l’ho invece nel Mar Rosso, perché quello con distanze più elevate, con la facilità di vedere se effettivamente qualcuno con una barca esce e poter intervenire; su Hormuz viste le distanze non ce l’ho.”

Nel suo intervento sono stati citati anche strumenti più moderni, come droni di superficie per il monitoraggio e l’interazione preventiva con potenziali minacce, ma è stata ribadita la necessità di integrare capacità tecnologiche, procedure e un quadro politico multilaterale prima di qualsiasi impegno operativo esteso.

Questioni sul personale e sulla retention

Una parte significativa dell’audizione è stata dedicata alle difficoltà di reclutamento e mantenimento del personale nella Marina. L’ammiraglio ha messo in luce come la tecnologia e gli assetti siano aggiornati, ma il fattore umano rimanga critico per garantire capacità operative sostenibili.

Giuseppe Berutti Bergotto ha sottolineato:

“Per noi il personale è il problema: è il problema perché il marinaio ha una vita sacrificata e soprattutto ha una vita che non permette al giovane moderno di utilizzare i social.”

Secondo il capo della Marina, i giovani odierni cercano ruoli che valorizzino competenze tecniche e opportunità professionali, e la rigida regolamentazione della vita a bordo può risultare un fattore di attrito. Per questo motivo sono state avviate iniziative mirate sia al reclutamento che alla retention, con programmi di formazione, miglioramento delle condizioni di vita a bordo e percorsi professionali più chiari.

Giuseppe Berutti Bergotto ha osservato inoltre:

“Perdiamo tante persone, preferiscono andare anche alla Polizia penitenziaria. Se una ragazza di 20 anni va a fare il concorso in Polizia penitenziaria è un problema, vuol dire che noi non siamo in grado di dare quello che loro si aspettano per rimanere.”

L’ammiraglio ha evidenziato che le forze armate in generale vengono talvolta percepite come un passaggio formativo verso altre forze di polizia o amministrazioni, il che rende necessario ripensare incentivi, prospettive di carriera e condizioni di lavoro per trattenere personale qualificato.

Sicurezza delle infrastrutture sottomarine

Un altro tema sollevato riguarda la protezione delle infrastrutture poste sui fondali marini, come cavi di comunicazione e condotte energetiche. Negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza sulla vulnerabilità di questi asset strategici, che un tempo si ritenevano implicitamente protetti dalla profondità.

Giuseppe Berutti Bergotto ha ricordato:

“Fino a qualche tempo fa tutte le nazioni hanno messo sui fondale marini delle infrastrutture critiche senza alcuna protezione, perché si immaginava che una profondità desse di suo una sicurezza intrinseca. Non è più così.”

Nel suo intervento è stata evidenziata la facilità crescente, sia per attori statuali sia non statuali, di raggiungere profondità dell’ordine di 3.000 metri a costi relativamente bassi. Questo fattore aumenta la necessità di strategie di monitoraggio, difesa e cooperazione internazionale per la tutela delle infrastrutture critiche sottomarine, fondamentali per la connettività digitale e per i flussi energetici.

In conclusione, la posizione italiana e degli alleati sottolinea la preferenza per soluzioni multilaterali e legittimate sul piano giuridico, con il coinvolgimento di organismi internazionali e con un approccio che combini capacità militari, mezzi tecnologici e misure di prevenzione per garantire la sicurezza marittima e la protezione delle infrastrutture strategiche.



Author: Tony
Redazione Finanza Flash. Notizie di finanza, mercati, borsa e macroeconomia in tempo reale. Aggiornamenti su investimenti, banche, BCE ed economia italiana.