I dati non sono neutrali: come le ricercatrici riscrivono il racconto della società
- 9 Marzo 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Per lungo tempo i dati sono stati presentati come se fossero neutri e indipendenti dalle scelte di chi li produce. Tuttavia, negli ultimi decenni la ricerca sociale ha messo in luce che anche i numeri nascono da decisioni metodologiche: cosa misurare, in che modo raccogliere le informazioni, quali variabili includere e quali escludere. Ogni dataset riflette quindi domande preliminari e ipotesi che orientano la lettura della realtà; quando queste domande cambiano, cambia anche il quadro che emerge.
Oggi la produzione di statistiche di genere sta vivendo una trasformazione culturale e istituzionale. In Europa si segnalano iniziative come il European Gender Data Hub promossa dal European Institute for Gender Equality, mentre sul piano nazionale l’introduzione sistematica di indicatori disaggregati per sesso da parte dell’Istat testimonia un mutamento nelle prassi statistiche. In Italia è stato inoltre introdotto lo strumento della Valutazione di impatto generazionale, che richiede alle istituzioni di misurare in modo sistematico gli effetti sociali e ambientali delle norme sulle diverse fasce della popolazione nel tempo, con particolare attenzione alle giovani generazioni e ai gruppi vulnerabili.
Una trasformazione guidata da professioniste e nuovi approcci
Una parte rilevante di questo cambiamento è promossa da statistiche, demografe, economiste e data journalist che contribuiscono a ridefinire gli strumenti di osservazione dei fenomeni sociali ed economici. Non si tratta soltanto di una maggiore presenza femminile nei centri di ricerca, ma di un cambiamento nello sguardo analitico: la prospettiva di genere modifica le domande poste ai dati e, di conseguenza, le risposte che ne derivano.
Esempi concreti di questa evoluzione sono l’introduzione sistematica di indicatori di genere nella statistica pubblica, la rilettura dei dati demografici alla luce delle nuove forme familiari e la revisione delle metriche sul lavoro, sulle cure non retribuite e sul welfare. Questi strumenti consentono di progettare politiche pubbliche più mirate e di valutare l’impatto delle misure su segmenti specifici della popolazione.
I numeri delle donne e della violenza di genere
Tra le figure che hanno avuto un ruolo chiave nell’integrare la prospettiva di genere nella statistica ufficiale italiana spicca Linda Laura Sabbadini, che ha diretto il Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat. Negli anni Novanta ha promosso indagini innovative su temi allora poco presenti nelle rilevazioni ufficiali, come la violenza contro le donne, l’uso del tempo in chiave di genere e le trasformazioni delle famiglie.
La prima indagine Istat sulla violenza di genere, avviata nel 2006 e successivamente aggiornata, è stata tra le prime in Europa a fornire dati comparabili su questo fenomeno. Grazie a queste rilevazioni è stato possibile fornire stime robustebasate su metodo e campionamento che hanno inciso direttamente sul dibattito pubblico e sull’elaborazione di interventi di prevenzione e sostegno alle vittime.
Il lavoro di raccolta e analisi sui fenomeni di violenza è portato avanti anche da esperte come Giusy Muratore, in forza all’Istat dal 1994. Nell’ente ricopre il ruolo di dirigente di ricerca e coordina il gruppo di lavoro dedicato alla violenza di genere, occupandosi di progettare indagini, interpretare i dati e comunicarne i risultati per orientare le politiche.
L’ultima rilevazione di grande rilievo, la prima parte di un’indagine aggiornata, è stata pubblicata in occasione del 25 novembre, undici anni dopo la precedente indagine del 2014, e rappresenta un importante punto di riferimento per valutare l’andamento della violenza di genere nel tempo.
Il focus della demografia: la natalità e le sue implicazioni
Anche la demografia contribuisce in modo decisivo a riconsiderare le trasformazioni sociali. L’Italia è oggi tra i paesi con i tassi di fecondità più bassi al mondo: nel 2024 il numero medio di figli per donna si è attestato intorno a 1,20, uno dei valori storicamente più bassi registrati nel paese. Comprendere le cause di questa tendenza richiede analisi che combinino dati economici, sociali e culturali.
La sociologa Chiara Saraceno ha contribuito in maniera significativa a questa rilettura, utilizzando dati comparativi europei per analizzare le trasformazioni della famiglia, le dinamiche della povertà e le politiche sociali. Le sue ricerche hanno evidenziato come molte misure tradizionali non siano più adeguate a descrivere la pluralità delle forme familiari contemporanee e come le politiche pubbliche debbano aggiornarsi di conseguenza.
Le conseguenze di un tasso di fecondità così basso si estendono alla sostenibilità dei sistemi pensionistici, al mercato del lavoro e ai servizi per l’infanzia. Per affrontare questi problemi sono necessari interventi integrati: politiche familiari efficaci, servizi di cura accessibili, misure per conciliare lavoro e responsabilità di cura e azioni per ridurre le disuguaglianze di genere nel lavoro e nelle opportunità.
Prospettive future e questioni metodologiche
Il futuro della statistica pubblica è legato alla capacità di produrre dati più disaggregati e multidimensionali, capaci di cogliere le intersezioni tra genere, età, stato migratorio, territorio e condizione socioeconomica. Ciò richiede investimenti nella qualità delle rilevazioni, nella formazione delle professionalità e in standard metodologici condivisi a livello europeo.
Occorre inoltre sviluppare indicatori che misurino con maggiore precisione il lavoro non retribuito, le cure familiari, la precarietà occupazionale e le esperienze di discriminazione. Strumenti come la Valutazione di impatto generazionale possono aiutare a integrare questi elementi nel processo decisionale, richiedendo analisi d’impatto delle normative sulle diverse coorti e sui gruppi più vulnerabili.
Le istituzioni pubbliche, i centri di ricerca e le università hanno un ruolo centrale nel tradurre i nuovi approcci in dati utilizzabili dai decisori politici. Una statistica più sensibile al contesto sociale e alle disuguaglianze è fondamentale per progettare politiche efficaci e per monitorare i loro effetti nel tempo.
In conclusione, la trasformazione della produzione statistica verso una prospettiva di genere e generazionale non è solo una questione tecnica: è un cambiamento di paradigma che modifica le priorità conoscitive, migliora la capacità di formulare politiche mirate e rende più trasparente il rapporto tra dati e decisioni pubbliche.