Dipendenti pubblici, addio al tfr a rate: la svolta arriva ma non subito
- 5 Marzo 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Il meccanismo che protrae i tempi per il riconoscimento del trattamento di fine servizio ai dipendenti pubblici deve essere abolito, ma non in modo immediato: il superamento può avvenire gradualmente per evitare uno shock sulle finanze statali. Tuttavia, la soluzione normativa definitiva deve essere adottata entro il 14 gennaio 2027, secondo quanto stabilito dalla Corte costituzionale.
L’ordinanza della Consulta
Corte costituzionale nell’ordinanza n. 25/2026 ha richiamato l’attenzione del Governo e del Parlamento sulle norme introdotte nel 2010, durante la crisi del debito, che prevedono attese pluriennali prima della liquidazione del Tfs ai dipendenti pubblici.
I giudici costituzionali non si sono limitati a un avviso generico: dopo ripetuti richiami senza esiti soddisfacenti, hanno fissato un termine preciso. In caso di ulteriore inerzia legislativa, la Corte ha preannunciato che, nell’udienza del 14 gennaio 2027, potrebbe dichiarare l’illegittimità della norma che regola i pagamenti differiti.
La Corte ha inoltre segnalato l’impatto finanziario di un’eventuale dichiarazione di illegittimità piena: secondo le stime fornite dall’Inps, l’effetto sul bilancio pubblico potrebbe raggiungere circa 15,6 miliardi di euro, aprendo quindi una questione di sostenibilità che giustifica un percorso graduale di revisione.
La prossima legge di bilancio
Un compito cruciale per la prossima legge di bilancio sarà individuare una strada possibile e sostenibile per ripristinare una tempistica di erogazione del trattamento di fine rapporto più rapida, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica. La soluzione dovrà definire tempi e strumenti per la transizione, evitando oneri immediati insostenibili per lo Stato.
Attualmente il Tfs viene versato sui conti dei percipienti solo dopo circa nove mesi dall’uscita dal servizio (in precedenza il termine era di dodici mesi): la riforma adottata in passato è stata ritenuta insufficiente dalla Consulta rispetto ai profili di legittimità sollevati.
La normativa vigente prevede che la prima rata non superi i 50.000 euro, la seconda rata arrivi a distanza di dodici mesi dalla prima e che, per liquidazioni di importo maggiore, sia prevista una terza tranche con ulteriore decorrenza annuale. Per le categorie di invalidi e inabili permane una tutela che esclude tale dilazione.
Il ritardo sistematico nella corresponsione delle somme è problematico anche sul piano costituzionale: il trattamento di fine rapporto e il trattamento di fine servizio sono forme di retribuzione differita e pertanto rientrano nella protezione garantita dall’articolo 36 della Costituzione, che tutela la retribuzione come componente essenziale della dignità del lavoro.
Per rispettare i rilievi della Consulta senza compromettere la stabilità dei conti pubblici, il legislatore potrà adottare misure graduali: opzioni possibili includono lo smaltimento delle dilazioni in più anni, anticipazioni statali rimborsabili, o meccanismi di compensazione finanziaria nel medio periodo. Ogni ipotesi richiederà valutazioni tecniche su costi, fonti di copertura e impatto sui destinatari.
Sul piano politico, la questione coinvolge direttamente le relazioni tra il Governo, il Parlamento e le organizzazioni rappresentative dei lavoratori pubblici: sarà necessario un confronto tecnico e negoziale per bilanciare diritti costituzionali, sostenibilità finanziaria e tempi di attuazione.
Infine, oltre all’intervento normativo, saranno importanti gli approfondimenti dell’Inps e delle strutture del Ministero dell’Economia per quantificare scenari alternativi e predisporre soluzioni operative che rendano compatibile la tutela dei lavoratori con i vincoli di bilancio dello Stato.