Reindustrializzazione, high-tech e finanza: la strategia per tornare a crescere

La prolungata stagnazione della produzione industriale impone oggi una revisione urgente delle politiche pubbliche a livello regionale, nazionale e europeo: senza interventi coordinati si rischia una perdita strutturale di capacità produttiva e competenze che hanno sostenuto per decenni l’economia del paese.

La crisi del gruppo Stellantis va letta in questo quadro più ampio: non è un episodio isolato ma un campanello d’allarme di un possibile processo di deindustrializzazione profonda, con effetti duraturi sulla catena del valore e sull’occupazione specializzata in Italia.

Il Nord-Ovest

Il dibattito sulla reindustrializzazione delle aree a più lunga tradizione manifatturiera ha riportato al centro dell’attenzione regioni come il Nord-Ovest, dove la produzione resta ancora un elemento significativo del valore aggiunto locale ma ha registrato trasformazioni profonde negli ultimi trent’anni.

A Torino, per esempio, l’occupazione nel settore industriale è diminuita in modo consistente, con stime che indicano una riduzione dell’ordine del 40% rispetto ai livelli di alcune decadi fa; una traiettoria che mette sotto pressione le prospettive di crescita e la tenuta sociale dei territori.

Il declino ha colpito i pilastri della crescita locale: il settore automotive, con le economie distrettuali che un tempo attiravano investimenti e catene globali, e le grandi imprese che assicuravano efficienza attraverso le economie di scala. Negli ultimi anni questi vantaggi si sono trasformati in fragilità quando i modelli produttivi non sono riusciti ad adattarsi ai cambiamenti globali e tecnologici.

Tre dinamiche concorrenti

Le aree industriali tradizionali si trovano oggi a un bivio segnato da tre processi che coesistono e interagiscono: una spinta alla terziarizzazione, la difficoltà di riconversione di attività tradizionali sotto la pressione della globalizzazione e, infine, la nascita di una manifattura avanzata ad alta intensità tecnologica.

La prima dinamica è la terziarizzazione: molte funzioni produttive vengono esternalizzate verso servizi specializzati, così che numerosi occupati continuano a lavorare per l’industria pur essendo impiegati in aziende di servizi. Questo processo può migliorare l’agilità e ridurre i costi fissi dell’apparato produttivo, e talvolta è stato incentivato da fattori esterni come le politiche commerciali statunitensi che penalizzano le merci fisiche più che i flussi di servizi e conoscenza.

La seconda dinamica è la mancata riconversione di attività tradizionali che non reggono l’urto della globalizzazione e del progresso tecnologico: la perdita di settori consolidati genera declino economico locale e fragilità sociale, con occupazioni e identità lavorative che faticano a ricollocarsi nel nuovo mercato.

La terza dinamica offre invece segnali positivi: la nascita di una nuova manifattura ad alto contenuto tecnologico, visibile nell’adozione di Industria 4.0, nella presenza di start-up innovative, nei brevetti e nella concentrazione di figure specializzate nei centri di ricerca. Si tratta di una trasformazione che richiede competenze avanzate e un sistema di istruzione e formazione tecnico-professionale adeguato.

Politica industriale: priorità e strumenti

Una politica industriale efficace deve governare simultaneamente queste tre dinamiche, favorendo una progressiva “traslazione verso l’alto” delle funzioni produttive e promuovendo produzioni geneticamente modificate dall’adozione diffusa delle tecnologie digitali, senza nostalgie di un passato produttivo ma con obiettivi concreti di valore aggiunto e occupazione qualificata.

Gli strumenti a disposizione includono il rafforzamento dell’istruzione tecnica e degli apprendistati, incentivi alla ricerca e sviluppo e alla capitalizzazione delle imprese, programmi di supporto per lo scale-up delle start-up, e un uso mirato del procurement pubblico per creare domanda di prodotti e servizi innovativi. Fondamentale è anche una maggiore disponibilità di finanza per l’impresa e il potenziamento del capitale umano attraverso politiche attive del lavoro.

Occorre inoltre coordinare risorse e strumenti tra governi nazionali, Regioni e istituzioni europee come la Unione Europea, garantendo che programmi di coesione, fondi per la transizione digitale e per la transizione verde siano orientati a creare ecosistemi locali completi: parchi scientifici, centri servizi e incubatori di start up devono essere integrati con reti di imprese, polo universitari e canali di investimento.

Molte iniziative pubbliche finora non hanno prodotto l’effetto sperato perché sono mancate due risorse abilitanti: capitale umano adeguatamente formato e strumenti finanziari dedicati alla crescita delle imprese. Senza interventi su questi fronti, il rischio è che le buone idee restino isolate e che la trasformazione rimanga frammentaria.

In sintesi, per arginare la perdita di capacità industriale e valorizzare le opportunità della transizione tecnologica è necessaria una strategia multilivello, orientata alla formazione, alla finanza e alla domanda pubblica, capace di trasformare i punti di debolezza attuali in nuovi fattori di competitività.



Author: Tony
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