Ucraina, vertici Ue a Kiev tornano a mani vuote: Orban blocca sanzioni e aiuti
- 24 Febbraio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
La decisione del governo di Budapest di opporsi a un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia e di bloccare un prestito europeo di 90 miliardi di euro ha provocato forte irritazione e preoccupazione tra i partner dell’Unione europea, alla vigilia della visita collettiva dei leader a Kyiv per il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina.
La mancata approvazione delle misure sanzionatorie e del supporto finanziario rischia di condizionare la capacità dell’Unione di presentarsi compatta durante le manifestazioni ufficiali previste a breve e di complicare il quadro della solidarietà politica verso Ucraina e le sue esigenze materiali.
Reazioni dell’Unione europea
L’Alta Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell’Unione europea ha detto:
“Stiamo contattando a diversi livelli i colleghi ungheresi… affinché procedano con questo pacchetto di misure.”
Le istituzioni comunitarie stanno valutando tutte le opzioni disponibili per sbloccare la situazione. Tra le ipotesi discusse c’è anche il ricorso agli attivi russi congelati per sostenere Ucraina, una strada che comporterebbe complesse valutazioni giuridiche e politiche e che, allo stato attuale, appare poco probabile ma non del tutto esclusa dai responsabili europei.
È utile ricordare che le decisioni in materia di politica estera comune e sanzioni richiedono il consenso degli Stati membri nel quadro del Consiglio, perciò l’opposizione di un singolo paese può impedire l’adozione di misure concordate collettivamente.
Motivazioni di Budapest
Il governo di Ungheria lega il proprio veto al mancato ripristino del transito di petrolio russo attraverso il tratto interessato dalla guerra, danneggiato e quindi non operativo. La questione riguarda direttamente le forniture energetiche che transitano sul territorio ungherese.
Péter Szijjártó ha scritto su X e ha detto:
“Fino a quando l’Ucraina non riprenderà il transito di petrolio… attraverso il pipeline Druzhba, non consentiremo che decisioni importanti a favore di Kyiv vadano avanti.”
Viktor Orbán ha dichiarato:
“L’Ungheria non si farà ricattare.”
Nel motivare la posizione, le autorità ungheresi sottolineano la necessità di garantire la protezione degli interessi energetici nazionali e di ottenere garanzie concrete sul ripristino dei flussi prima di sostenere ulteriori misure a favore di Kyiv.
Scambi diplomatici e possibili sviluppi
Nei giorni scorsi il primo ministro ungherese ha informato formalmente il presidente del Consiglio europeo della posizione di Budapest con una lettera. In risposta, il presidente ha invitato il governo ungherese a rispettare le decisioni assunte nel vertice di dicembre e a non compromettere il principio di sincera cooperazione tra gli Stati membri.
Durante la riunione ministeriale a Bruxelles lo scambio tra i ministri è stato definito acceso da diversi partecipanti. Il capo della diplomazia ucraina ha partecipato ai colloqui per aggiornare i colleghi sullo stato dei lavori.
Andrii Sybiha ha riferito ai colleghi che i lavori di riparazione dei danni sono iniziati e che sono state presentate a Budapest proposte per soluzioni alternative al trasporto del petrolio, con l’obiettivo di ripristinare i flussi nel più breve tempo possibile.
Péter Szijjártó ha risposto:
“L’Ungheria manterrà il veto finché il transito del petrolio non sarà ripreso.”
Il blocco solleva interrogativi immediati sul piano operativo e politico: da un lato potrebbe ritardare misure finanziarie e sanzionatorie ritenute urgenti da parte di molti partner; dall’altro impone un ulteriore sforzo diplomatico per trovare soluzioni tecniche, finanziarie e giuridiche che possano conciliare esigenze nazionali e solidarietà europea.
I prossimi giorni saranno determinanti per capire se si troverà un compromesso tecnico che permetta la ripresa dei flussi o se la controversia assumerà un carattere più ampio e duraturo, con conseguenze sulla coesione politica interna all’Unione europea e sulla capacità del blocco di parlare con una voce unica nei confronti di Russia e Ucraina.