Italia in bilico tra Washington e la Santa Sede: il dilemma sul Board of Peace
- 20 Febbraio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Editoriale
Il Board riunitosi a Washington ha annunciato nuovi stanziamenti, riaffermato impegni internazionali e ribadito ambizioni di portata globale, ma non ha risolto il nodo cruciale: chi esercita realmente l’autorità su Gaza e a quali condizioni possono avvenire il disarmo di Hamas e il ritiro di Israele. È nella distanza tra dichiarazioni e capacità di influire sulle variabili decisive che si misura la credibilità dell’iniziativa.
Conviene distinguere con precisione tra il piano di pace in venti punti e l’assetto decisionale rappresentato dal Board of Peace. Il piano è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza con la Risoluzione 2803 e dispone di un fondamento giuridico riconosciuto; il Board richiama formalmente quel quadro, ma lo statuto e l’architettura creati successivamente ne ampliano l’orizzonte operativo e ne ridefiniscono l’ambito.
Lo statuto non circoscrive l’organismo esclusivamente a Gaza: assegna al Board il compito di garantire una «pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitto», proiettandolo quindi oltre il perimetro tradizionale delle missioni Onu. Di fatto, si tratta di un organismo concepito come concentrazione verticale dell’autorità piuttosto che come una normale istituzione multilaterale.
Il modello contrappone la logica della leadership concentrata al sistema Onu basato su sovranità formali eguali e bilanciamenti procedurali: non si tratta di incardinare il potere in regole condivise, ma di organizzarlo intorno a un centro decisionale che guida le scelte operative.
Un elemento strutturale di questo modello è il meccanismo di adesione: un seggio permanente nel Board comporta un contributo economico molto rilevante, indicato nello stesso documento come pari a un miliardo di dollari. Il pagamento non solo finanzia l’organizzazione, ma determina de facto l’accesso e l’influenza. La gestione delle risorse resta in larga misura a discrezione della leadership, mentre la responsabilità giuridica grava sui donatori: una torsione del principio di legittimità e della accountability democratica.
In questo quadro la pace rischia di trasformarsi da bene pubblico multilaterale a funzione della discrezionalità degli sponsor. Anche la composizione del Board lo riflette: non è frutto di universalità ma di convergenze di interesse che escludono intere macroregioni—in termini politici ed umani, decine di Paesi e oltre un miliardo di persone restano ai margini del processo decisionale.
Israele e diversi Stati arabi possono condividere obiettivi tattici—contenere Hamas e stabilizzare Gaza—ma divergono profondamente sulle fasi successive: riconoscimento di una prospettiva statuale palestinese, assetti di governance, garanzie internazionali. L’unità è quindi contingente e non strutturale.
La Europa entra nel foro frammentata: alcuni Paesi aderiscono, altri si limitano a osservare. La scelta di diversi partner di non partecipare pienamente o di mantenere posizioni critiche ha implicazioni pratiche per la legittimità dell’iniziativa. In particolare la Santa Sede ha declinato l’adesione per difendere il primato dell’Onu nella gestione delle crisi, una scelta che non è meramente simbolica ma valorizza la questione della legittimità morale e istituzionale del processo.
Italia paese “osservatore”: è un male minore
Per Italia la partecipazione al Board come paese osservatore —una formula non prevista dallo statuto— genera due tensioni rilevanti. La prima riguarda l’accesso ai tavoli decisionali: in passato la vicinanza agli Stati Uniti spesso spalancava porte anche nei confronti di partner europei, oggi invece i formati si sono biforcati tra circuiti a guida statunitense e configurazioni europee autonome, e l’allineamento a Washington non garantisce più automaticamente integrazione o influenza nella progettazione delle soluzioni.
La seconda tensione è di natura politico-diplomatica: storicamente Roma ha coltivato relazioni speciali sia con gli Stati Uniti sia con la Santa Sede, utili anche per la propria legittimazione interna. Nel caso del Board le posizioni dei due attori divergono in modo netto, generando imbarazzo e frizioni nella formazione della linea nazionale.
Sul terreno la complessità è evidente. Netanyahu pone il disarmo totale di Hamas come condizione prima del ritiro, mentre Hamas connette il disarmo al ritiro e a una prospettiva politica che includa il riconoscimento e elementi di statualità per i palestinesi. Senza un accordo politico sulla sovranità, la smilitarizzazione rischia di rimanere un’operazione tecnica priva di un soggetto legittimato a farla rispettare.
Il Board non abolisce formalmente l’Onu, ma lo rende in pratica aggirabile: non distrugge il multilateralismo, ma lo relativizza. Questa logica è coerente con approcci di «multilateralismo funzionale e selettivo» espressi da alcuni attori internazionali —tra cui la prospettiva fatta propria da figure come Rubio— che privilegiano club ristretti per compiti puntuali, evitando vincoli universali.
La domanda politica più ampia riguarda dunque la tenuta dell’ordine internazionale se la pace viene organizzata come un club: la legittimità rischia di diventare variabile e condizionata dagli interessi del momento, con il risultato che si ottengono tregue o pacificazioni amministrate ma non una stabilità duratura.
Per ridurre questi rischi sono necessarie alcune condizioni: regole di adesione trasparenti, responsabilità legale e meccanismi di accountability che non ricadano unilateralmente sui donatori, un ruolo centrale e coerente dell’Onu nelle fasi politiche dell’accordo, il coinvolgimento significativo degli attori regionali e delle comunità locali, e criteri chiari per la ricostruzione fondati su trasparenza e controlli indipendenti. Senza questi elementi, la pacificazione potrà produrre solo tregue intermittenti mentre la stabilità politica resterà fragile.
(di Ettore Sequi per La Stampa)