Chi va in pensione oggi percepisce l’81,5%: nel 2060 solo il 64,8%
- 12 Febbraio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Un’analisi condotta per il focus Censis/Confcooperative mette in luce una prospettiva preoccupante per le nuove generazioni: chi oggi entra nel mercato del lavoro rischia di percepire una pensione sensibilmente più bassa rispetto a chi è andato in pensione recentemente, in un contesto già segnato da salari contenuti e crescente vulnerabilità economica.
Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, ha sintetizzato la situazione così:
“Un taglio di 17 punti percentuali sul reddito pensionistico rispetto all’ultima busta paga. È questa la prospettiva che attende chi oggi entra nel mercato del lavoro rispetto a chi va in pensione adesso. Una vera ipoteca sul futuro che si somma ai salari tra i più bassi d’Europa, alla crescente diffusione della povertà lavorativa e a una forte riduzione dei lavoratori, ben 7,7 milioni in meno entro il 2050. È il frutto di dinamiche incrociate degli ultimi 30 anni.”
Il divario generazionale
I dati mostrano un significativo scarto tra le prestazioni percepite dalle generazioni attuali e quelle future. Un lavoratore che ha lasciato il lavoro oggi, con 67 anni d’età e 38 anni di contributi iniziando a lavorare nel 1982, presenta un tasso di sostituzione netto intorno all’81,5% rispetto all’ultima retribuzione.
In confronto, un giovane che oggi ha 33 anni ed è entrato nel mercato del lavoro nel 2022, ipotizzando a sua volta 38 anni di carriera e un pensionamento a 67 anni nel 2060, si troverebbe con un tasso di sostituzione stimato al 64,8%.
La differenza è netta: circa 16,7 punti percentuali in meno di protezione economica. A parità di anni lavorati e continuità contributiva, i futuri pensionati vedranno quindi una distanza tra ultima retribuzione e prima pensione che quasi raddoppia rispetto agli attuali pensionati, passando da un taglio del 18,5% a uno del 35,2%.
Italia terzultima in Europa per quota salari sul PIL
L’Italia si colloca tra gli ultimi Paesi europei per incidenza dei salari sul PIL: circa il 28,9%, ben lontano dal 44,9% della Germania, dal 38% della Francia e dal 37,1% della Spagna. Questo squilibrio, radicato da oltre trent’anni, ha contribuito a contenere i redditi da lavoro e a indebolire la capacità di accumulo contributivo delle nuove generazioni.
Le prospettive demografiche aggravano ulteriormente il quadro: tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) è attesa contrarsi di circa 7,7 milioni di persone, una riduzione del 20,5%. In presenza di elevati livelli di povertà lavorativa e di un’ampia quota di occupati in condizioni di vulnerabilità, tale calo demografico rischia di determinare una maggiore persistenza delle fragilità sociali e maggiori pressioni sui sistemi di welfare.
La spesa pensionistica più alta d’Europa
Paradossalmente, benché le prospettive per i giovani siano più ridotte, l’Italia registra la percentuale più alta di spesa pensionistica in rapporto al PIL tra i Paesi europei: il 15,5% nel 2023, contro una media UE del 12,3%.
Questo livello di spesa riflette due fattori principali: l’invecchiamento della popolazione — quasi metà della popolazione ha oltre 50 anni — e le scelte di politica previdenziale adottate negli ultimi decenni. Il risultato è una forte pressione sul bilancio pubblico e questioni di equità intergenerazionale che richiedono attenzione.
Le implicazioni sono molteplici: la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, la necessità di riequilibrare il mercato del lavoro per aumentare la quota salari sul PIL, e la definizione di politiche attive volte a contrastare la povertà lavorativa e a favorire l’occupazione stabile e la contribuzione continua.
Per rispondere a queste sfide servono interventi coordinati tra le istituzioni pubbliche, le parti sociali e il mondo delle imprese: misure che incentivino l’occupazione giovanile, contrastino il lavoro povero, promuovano l’inclusione nel mercato del lavoro e valutino strumenti previdenziali complementari per migliorare la capacità di accumulo contributivo delle future generazioni.