L’allarme delle fonderie: con il CBAM il settore rischia la chiusura

Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane, ha lanciato un allarme sulla piena applicazione del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), segnalando il rischio concreto di una paralisi produttiva per l’intero comparto.

La richiesta di interventi correttivi è stata avanzata al Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, nel corso di un tavolo di confronto convocato al Mimit con le principali imprese energivore.

Secondo gli operatori, il problema più urgente non è soltanto la struttura del meccanismo, ma l’immediata paralisi degli acquisti di materie prime soggette a CBAM, come ghisa in pani, ferroleghe e alluminio grezzo. Il prezzo di questi input fondamentali è oggi impossibile da determinare perché dipende dal valore dei certificati previsti dal meccanismo, i cui costi saranno definiti soltanto quando gli importatori potranno acquistare tali certificati, a partire da febbraio 2027. Questa incertezza sta bloccando le trattative commerciali e creando il rischio di reale shortage di materiali.

La mancata protezione

Oltre al blocco operativo, il settore segnala un difetto di progettazione: le fonderie europee stanno già subendo oneri ambientali sugli input, con rincari indicati fino al 35%, mentre la maggior parte dei prodotti finiti non beneficia di una protezione equivalente nell’ambito del meccanismo.

Fabio Zanardi ha dichiarato:

“Si tratta di una questione tecnica, ma dalle ricadute molto serie. Le materie prime indispensabili non sono prodotte in Europa in quantità utili a soddisfare la domanda: siamo costretti a importarle a costi crescenti. I concorrenti extra‑UE, invece, possono impiegare materie prime locali o acquistarle a basso prezzo da paesi terzi come Russia, produrre il getto in loco e importarlo nell’area europea senza pagare oneri analoghi, perché quasi tutti i codici doganali che identificano le fusioni non sono inclusi nel CBAM. Questo crea un forte incentivo alla delocalizzazione.”

Per correggere questa distorsione, Assofond e la European Foundry Federation (EFF) hanno individuato oltre 35 codici doganali specifici — riferiti a fusioni sia ferrose sia non ferrose — la cui inclusione urgente nel meccanismo viene richiesta dalle imprese.

Per comprendere il contesto, il CBAM è una misura della Unione Europea volta a attribuire un prezzo alle emissioni di carbonio incorporate nei prodotti importati, con l’obiettivo di evitare la cosiddetta “carbon leakage” e incentivare la decarbonizzazione globale. Il meccanismo prevede l’acquisto di certificati da parte degli importatori per compensare le emissioni associate ai beni importati; tuttavia, la fase transitoria e l’elenco dei prodotti coperti stanno creando effetti non voluti per settori intensivi in termini di materie prime ed energia.

Le conseguenze economiche potenziali includono sospensioni produttive, interruzioni nelle catene di approvvigionamento, aumento dei costi industriali, rischio di perdita di competitività e possibili spostamenti produttivi verso paesi con regole meno vincolanti. Sul piano sociale, ciò può tradursi in tensioni occupazionali nelle aree a maggiore concentrazione di impianti di fusione.

Le imprese chiedono interventi urgenti a livello nazionale ed europeo: chiarimenti sulle tempistiche e sui meccanismi di determinazione del prezzo dei certificati, inclusione rapida dei codici doganali individuati, misure transitorie che evitino shock di approvvigionamento e strumenti di sostegno alla transizione verso materie prime a minore intensità carbonica.

Per evitare impatti sistemici, Assofond sollecita un’azione coordinata tra associazioni industriali, ministero competente e istituzioni europee, finalizzata a rimodulare il perimetro applicativo del CBAM e a garantire risposte temporanee efficaci, in attesa di una soluzione strutturale che salvaguardi la filiera produttiva nazionale ed europea.



Author: Tony
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