Green e social bond: emissioni globali ferme a mille miliardi nel 2025

Un anno di consolidamento ha segnato il mercato delle obbligazioni legate alla finanza sostenibile, ma apre la strada a un 2026 che si annuncia determinante per il futuro dei Green, Social e Sustainability Bond a causa dell’alto volume di debito ESG da rifinanziare e delle possibili novità regolamentari. Secondo l’analisi di MainStreet Partners, contenuta nel Gss Bonds Market Trends Report, le emissioni globali di questi strumenti hanno superato i 1.000 miliardi di dollari nell’ultimo anno, cifra sostanzialmente in linea con i livelli di due anni prima e leggermente inferiore al picco di 1.100 miliardi registrato nel 2024.

Il quadro del 2025

Nel 2025 l’offerta è rimasta guidata soprattutto dai green bond, che hanno raggiunto una quota pari al 58% del totale rispetto al 53% del 2021. I sustainability bond sono aumentati fino al 26%, mentre la quota relativa ai social bond e ai sustainability-linked bond si è ridotta, attestandosi rispettivamente intorno al 13% e al 3%.

Sul piano geografico si è registrata una significativa riallocazione degli equilibri: la quota di emissioni ESG attribuita all’Europa è scesa al 39% rispetto al 52% del 2021, mentre l’Asia ha più che raddoppiato la propria presenza, passando dal 14% al 31% nello stesso arco temporale. Questi spostamenti riflettono cambiamenti nelle priorità degli emittenti e nella domanda degli investitori a livello globale, con impatti su pricing, liquidità e canali di collocamento.

Lo studio individua il biennio 2025-2026 come una fase critica per il settore: oltre 250 miliardi di dollari di titoli sostenibili sono giunti a scadenza nell’ultimo anno e si prevede che circa 340 miliardi scadano nei dodici mesi successivi. Questo «muro delle scadenze» nasce in gran parte dall’impennata delle emissioni registrata nel 2021, caratterizzata da scadenze medie intorno ai cinque anni, e costituisce il più ampio ciclo di rifinanziamenti mai osservato sul mercato.

Le conseguenze pratiche includono una maggiore pressione sulle capacità di offerta degli emittenti, esigenze di coordinamento con banche e investitori e il possibile impatto sui costi di rifinanziamento. Al tempo stesso, il periodo rappresenta un’opportunità per ristrutturare la curva delle scadenze, promuovere strumenti più standardizzati e rafforzare la domanda di obbligazioni con caratteristiche di sostenibilità credibili.

La situazione in Italia

Anche in Italia il fenomeno si manifesta chiaramente: per il 2026 sono attese scadenze di bond sostenibili per circa 11 miliardi di euro, pari a circa il 60% delle emissioni collocate nell’ultimo anno e a circa il 4% del totale globale delle scadenze GSS previste. Lo stock italiano presente sul mercato rappresenta poco più del 2% del totale mondiale, evidenziando uno squilibrio tra volumi in scadenza e attività recente sul mercato primario.

Assumendo che il rapporto tra nuove emissioni e bond da rinnovare rimanga stabile, MainStreet Partners stima che l’attività legata a strumenti sostenibili in Italia possa crescere fino a circa 28 miliardi di euro nel 2026. Tale incremento implicherà maggior pressione sull’offerta primaria, ma potrà anche creare opportunità per emittenti corporate e istituzionali di attrarre capitali, rinegoziare condizioni e introdurre nuove tipologie di emissione sul mercato domestico.

Per il sistema finanziario nazionale questo scenario richiede un coordinamento tra banche, investitori istituzionali e autorità di vigilanza per garantire che la domanda di strumenti sostenibili sia soddisfatta in modo efficiente, preservando nel contempo la qualità degli standard ESG e la trasparenza informativa verso il mercato.

La nuova sfida regolamentare

Oltre alla dinamica delle scadenze, lo studio dedica attenzione alle possibili ripercussioni della riforma del regolamento sull’informativa di sostenibilità per i servizi finanziari (SFDR) proposta dalla Commissione europea. Le modifiche tecniche in discussione potrebbero ridefinire i criteri con cui un fondo viene qualificato come «Sustainable» o «Transition».

In particolare, una delle ipotesi prevede che un fondo debba detenere una percentuale significativa di green bond — dell’ordine del 25% del portafoglio — assumendo un allineamento medio alla tassonomia UE pari a circa il 60%. Parallelamente, la proposta include un meccanismo di tipo «safe harbor» che renderebbe conformi anche quei fondi in grado di dimostrare un allineamento minimo del 15% alla stessa tassonomia.

Questi cambiamenti rappresenterebbero un’evoluzione strutturale per le strategie obbligazionarie e multi-asset: i green bond verrebbero riconosciuti come strumenti particolarmente efficaci e scalabili per soddisfare i requisiti di sostenibilità, permette ndo ai gestori di conciliare gli obiettivi ESG con la necessità di mantenere un’adeguata diversificazione del portafoglio.

L’introduzione di criteri più chiari e operativi potrebbe incrementare la domanda per obbligazioni con caratteristiche sostenibili, ma imporrebbe anche maggiori oneri di reporting e verifica per emittenti e intermediari. Le autorità di regolamentazione e gli operatori di mercato dovranno quindi lavorare congiuntamente per definire standard tecnici efficaci, garantire la comparabilità delle informazioni e prevenire il rischio di greenwashing nel periodo di transizione.



Author: Tony
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