Ecco perché la Fed terrà i tassi fermi: prudenza al centro
- 28 Gennaio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Il duro confronto tra Donald Trump e Jerome Powell non è il fattore determinante per la decisione di politica monetaria di gennaio: la previsione prevalente tra gli analisti è che la Federal Reserve manterrà i tassi fermi, con l’obiettivo per i Fed Funds collocato al 3,50-3,75% deciso lo scorso 11 dicembre, pur adottando un orientamento relativamente prudente sulle prospettive future.
I dati macroeconomici disponibili possono sostenere questa scelta a condizione che la banca centrale proceda con cautela: il perseguimento simultaneo dell’obiettivo di inflazione e di massima occupazione rischia di generare conflitti, specialmente se le cause sottostanti dell’andamento dei prezzi non vengono analizzate con attenzione.
Solo un mese e mezzo fa le previsioni dei governatori per il costo ufficiale del credito a brevissimo termine indicavano una mediana del 3,25-3,50% e una media lievemente inferiore, lasciando aperta la possibilità, in chiave statistica, di un successivo allentamento della politica monetaria.
Inflazione ancora sopra il target
La situazione dell’inflazione non è ancora pienamente sotto controllo: i prezzi si mantengono leggermente al di sopra dell’obiettivo del 2% che le autorità monetarie considerano compatibile con la stabilità dei prezzi nel medio termine. Questa persistenza crea il rischio che un nuovo impulso al rialzo possa manifestarsi più avanti.
Le serie di dati sull’inflazione sottostante pubblicate dalla Fed di Atlanta mostrano segnali di lieve miglioramento rispetto a qualche mese fa, ma non offrono ancora un quadro rassicurante. In particolare, il riferimento della banca centrale statunitense, l’indice PCE, è aggiornato a novembre: l’assenza di segnali statistici più recenti aumenta l’incertezza e spinge la Federal Reserve verso una strategia attendista, che riduce il rischio di un allentamento prematuro ma aumenta quello di un’eccessiva restrizione.
Segnali ambigui dalle aspettative
Le aspettative d’inflazione a lungo termine hanno mostrato un moderato rialzo nell’ultima fase: i breakeven a cinque anni si sono avvicinati al 2,5% dopo essere scesi fino al 2,22% il 26 dicembre. Pur rimanendo su livelli relativamente contenuti, la rapidità del movimento richiama attenzione.
Non va escluso che dietro a questi spostamenti agiscano fattori diversi dalle aspettative pure, come premi per il rischio o di liquidità, mentre gli inflation rate swap 5y-5y appaiono invece in calo, riportandosi vicino al 2%. Rilevante è anche il dato delle attese a un anno misurate dall’University of Michigan, che attraverso i sondaggi indica aspettative attorno al 4,2%.
La diagnosi complessiva è complicata dall’impatto dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump, che rappresentano uno shock lato offerta e tradizionalmente vengono considerati, in politica monetaria, come variazioni temporanee dei prezzi relativi, a meno che non si diffondano pervasive nell’economia. Un precedente recente è la guerra in Ucraina, la cui natura inizialmente incerta contribuì a ritardare l’inasprimento della politica monetaria fino a quando l’aumento dei prezzi non divenne generalizzato.
I salari restano un fattore di rischio
Le pressioni salariali non si sono ancora attenuate: l’aumento dei salari orari rimane significativo e, in alcuni comparti, potrebbe rallentare il processo di disinflazione incrementando i costi operativi delle imprese. La portata e la diffusione di questo fenomeno, però, rimangono difficili da quantificare con precisione.
Per le famiglie statunitensi un recupero dei salari è positivo in termini di potere d’acquisto, anche se le medie nascondono forti disuguaglianze tra settori e gruppi di lavoratori. Per le banche centrali, invece, una dinamica salariale sostenuta rappresenta una fonte di preoccupazione quando l’obiettivo primario è riportare l’inflazione verso il target.
Assunzioni in rallentamento e mercato del lavoro
Un ulteriore elemento di complessità è l’andamento delle assunzioni, osservato con particolare attenzione dalla Federal Reserve. Il mercato del lavoro mostra segnali di minore domanda, da un lato per l’incertezza delle imprese legata anche alla politica commerciale, e di contenuta offerta, dall’altro, per i limiti all’immigrazione.
Il tasso di disoccupazione è rimasto relativamente stabile, ma la combinazione di una domanda di lavoro in rallentamento e di una riduzione dell’offerta aumenta l’incertezza sull’equilibrio del mercato occupazionale. Le serie sulle assunzioni sono molto volatili, ma una media mobile a sei mesi evidenzia una tendenza al ribasso.
La Federal Reserve persegue due obiettivi istituzionali — la stabilità dei prezzi e la massima occupazione — ma nella pratica la prima ha spesso la precedenza, perché l’inflazione risponde con un certo ritardo ai cambiamenti dell’economia reale. Una brusca frenata dell’occupazione, pur gradita ai consumatori per la riduzione dei prezzi, potrebbe mettere in difficoltà una politica monetaria impostata su una valutazione simmetrica della stabilità dei prezzi e richiedere quindi aggiustamenti nelle strategie operative.