Centrale del Latte di Roma, la Cassazione riapre il caso: quote Parmalat ritenute in buona fede
- 24 Gennaio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Ariete Fattorie Latte Sano Spa, impresa esclusa dalla procedura di gara, ha contestato l’intera operazione giudicandola illegittima e avviando un contenzioso amministrativo che ha attraversato più gradi di giudizio.
La controversia è stata trattata davanti al Tar, al Consiglio di Stato e alla Corte di cassazione, con esiti rilevanti che hanno inciso sulla validità degli atti di cessione di quote societarie e sulle transazioni che erano state stipulate tra le parti coinvolte.
Il ricorso e la decisione amministrativa
Con riferimento alla fase amministrativa, il Consiglio di Stato con la sentenza n. 1156/2010 ha dichiarato la nullità del contratto di cessione relativo alla partecipazione stipulato tra il Comune di Roma e Cirio, ritenendo violato il patto parasociale. La stessa pronuncia ha inciso anche sulla transazione intervenuta tra Comune di Roma, Cirio, Eurolat e Parmalat.
Il nodo della buona fede e il concordato del 2005
A seguito del crac di Parmalat, nel 2005 il Tribunale di Parma ha omologato un concordato che prevedeva il trasferimento dei beni della Dalmata Due Srl — inclusa la partecipazione nella Centrale del Latte — alla cosiddetta «nuova» Parmalat Spa, poi confluita nel gruppo Lactalis. Questo passaggio è diventato il centro delle successive controversie civili.
Roma Capitale ha sostenuto che, essendo nulla la privatizzazione originaria, qualsiasi trasferimento di titoli era inefficace e che la proprietà delle azioni doveva rimanere in capo all’ente pubblico. Di contro, Parmalat ha invocato l’istituto dell’acquisto a non domino come giustificazione della titolarità e, in via subordinata, ha rivendicato il diritto a trattenere i dividendi percepiti nei periodi successivi al trasferimento.
Nei primi due gradi di merito il Tribunale e la Corte d’Appello di Roma avevano dato ragione al Campidoglio, ritenendo che la «nuova» Parmalat non potesse invocare la buona fede e ordinando la restituzione delle azioni e dei dividendi. Tuttavia la Cassazione ha ritoccato tale impostazione, ritenendo errata l’esclusione automatica della buona fede della società subentrata nel 2005.
Conseguenze giuridiche e prossimi passi
Il fascicolo è ora ritornato in sede d’appello per accertare definitivamente a chi spetti la proprietà delle azioni. La decisione avrà rilevanti conseguenze sia sotto il profilo patrimoniale, riguardando il controllo e la governance della società interessata, sia sotto il profilo occupazionale, considerato lo stato di incertezza che ha coinvolto i lavoratori dell’azienda per anni.
Da un punto di vista giuridico, la controversia mette a confronto principi diversi: da un lato la tutela della legalità degli atti di privatizzazione e della disciplina delle pattuizioni parasociali; dall’altro la protezione dei terzi che hanno acquisito diritti in buona fede, disciplinata dall’istituto dell’acquisto a non domino. La pronuncia della Corte suprema ha dunque rimesso al giudice di merito la verifica fattuale e giuridica sulla buona fede della società acquirente e sugli effetti patrimoniali delle pronunce precedenti.
Sul piano procedurale, l’esito dell’appello potrà essere nuovamente impugnato in Cassazione, rendendo probabile un ulteriore sviluppo della vicenda. Nel frattempo, le parti dovranno valutare l’impatto economico delle scelte processuali e le eventuali misure a tutela dei diritti dei lavoratori coinvolti.