Ai e tecnologie mettono in crisi la fiducia dei lavoratori nelle proprie competenze
- 20 Gennaio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Negli ultimi sondaggi emerge un mutamento nella propensione dei lavoratori a cambiare impiego: la quota di chi è disponibile a lasciare il proprio lavoro non è più dominante a livello globale, mentre si consolida una consistente fetta di persone che valutano positivamente il ruolo attuale e non prevedono di cambiare azienda nei prossimi mesi.
I dati provengono dal Global Talent Barometer di ManpowerGroup, che ha coinvolto 19 Paesi e oltre 13.000 partecipanti. Il rapporto traccia un quadro dettagliato delle percezioni su soddisfazione, benessere e fiducia nelle competenze professionali.
Tra gli indicatori più critici si registra una flessione della fiducia nelle proprie capacità: il valore è sceso di 7 punti percentuali, passando dal 75% del 2025 al 68%. Questo calo viene collegato principalmente all’incertezza legata alla gestione dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie emergenti, fenomeno che interessa in modo particolare i profili più anziani.
Il capitolo dedicato all’Italia mostra livelli di fiducia interni superiori alla media globale: l’85% degli intervistati si sente competente e adeguatamente preparato per le proprie mansioni, il 71% ritiene di poter acquisire nuove abilità all’interno dell’azienda e il 56% nutre fiducia nelle prospettive di carriera.
Al tempo stesso, però, si osserva un calo rilevante nella fiducia nell’uso di strumenti tecnologici recenti, che passa dall’80% al 61%. La perdita di sicurezza è più marcata tra i profili a bassa specializzazione, che registrano un indice di fiducia del 51%, e tra le generazioni più senior: il 42% tra i Boomer e il 56% tra la GenX.
Anna Gionfriddo ha spiegato:
“Il Global Talent Barometer nasce per fornire a istituzioni e organizzazioni informazioni utili a comprendere come le persone vivono il proprio lavoro e il contesto professionale. In uno scenario di buona soddisfazione lavorativa emerge con chiarezza la necessità di percorsi strutturati di formazione per accompagnare l’adozione dell’intelligenza artificiale e dei nuovi strumenti.”
Il rapporto evidenzia inoltre che oltre la metà delle lavoratrici e dei lavoratori dichiara di non aver ricevuto attività di training recentemente (57%) e che il 72% non ha beneficiato di programmi di mentorship. Questa lacuna formativa accentua il divario tra le competenze richieste dal mercato e quelle effettivamente possedute.
Per molte aziende e per le istituzioni pubbliche il risultato sottolinea l’urgenza di investire in piani di reskilling e upskilling strutturati, oltre a promuovere collaborazioni con enti formativi per aggiornare curricula e percorsi professionali in chiave digitale.
In Italia una larga maggioranza percepisce il proprio lavoro come significativo: il 78% lo considera dotato di uno scopo, il 69% si identifica con i valori e la visione dell’azienda e il 62% ritiene di ricevere supporto per mantenere un buon equilibrio vita-lavoro.
Tuttavia oltre la metà degli intervistati (56%) riferisce di aver sperimentato recentemente episodi riconducibili al burnout, attribuendoli principalmente allo stress (27%) e ai carichi di lavoro elevati (18%). Questo segnala la necessità di politiche organizzative mirate a prevenire il disagio professionale.
Il ruolo dei manager risulta decisivo per la soddisfazione: il 61% dichiara di sentirsi sostenuto dai propri manager nelle opportunità di crescita, mentre il 65% valuta la propria posizione lavorativa come sicura. Metà del campione ritiene inoltre di poter trovare un nuovo impiego se necessario.
Nel processo di selezione i contatti umani conservano grande valore: il 94% dei candidati ritiene importante che il proprio curriculum sia esaminato da una persona e il 91% attribuisce rilievo al confronto diretto con un interlocutore durante il percorso di assunzione.
I risultati del sondaggio hanno ricadute operative per le imprese, per i fornitori di servizi formativi e per le politiche pubbliche: occorrono investimenti mirati in formazione tecnica e trasversale, incentivi per programmi di mentorship e un coordinamento tra settore privato e istituzioni per facilitare la riqualificazione professionale.
Dal punto di vista socio-economico, colmare il divario di competenze può contribuire a ridurre le tensioni sul mercato del lavoro, migliorare la produttività e aumentare la resilienza delle organizzazioni di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.
In sintesi, pur in presenza di un generale grado di soddisfazione professionale, il quadro emerso sottolinea la priorità strategica di programmi formativi continui e di interventi organizzativi che preservino il benessere dei lavoratori e accompagnino l’integrazione delle nuove tecnologie.