Perché la Corea del Sud non si mette d’accordo su chi debba emettere le stablecoin
- 8 Gennaio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Crypto, Mercati
La proposta di legge più rilevante sulla criptovaluta in Corea del Sud è bloccata su una questione apparentemente semplice: chi può emettere una stablecoin ancorata al won?
Il testo di riferimento, il Digital Asset Basic Act, ha subito rallentamenti mentre regolatori e legislatori discutono se trattare le stablecoin come una forma di moneta assimilabile alle banche oppure come prodotti digitali sottoposti a licenza e supervisione specifica.
Al centro del dibattito c’è la spinta della Banca della Corea per un modello “prima le banche”, preferibilmente con consorzi guidati dagli istituti di credito che detengano almeno il 51% del capitale di controllo, con l’argomento che le stablecoin potrebbero influenzare la politica monetaria, i flussi di capitale e la stabilità finanziaria se si diffondessero rapidamente.
La Commissione dei Servizi Finanziari e alcuni parlamentari temono invece che un regime dominato dalle banche limiti la concorrenza e rallenti l’innovazione, spingendo il dibattito verso un possibile rinvio del provvedimento al 2026.
Perché la Corea presta attenzione alle stablecoin in won
Le stablecoin sono già fondamentali per i trader locali che trasferiscono valore nei mercati cripto, spesso utilizzando token ancorati al dollaro per accedere alla liquidità offshore. Un uso su larga scala potrebbe amplificare i flussi transfrontalieri e complicare la gestione del cambio in un mercato caratterizzato da un’elevata partecipazione retail.
Per questo motivo la Banca della Corea considera le regole per gli emittenti come una questione di “stabilità finanziaria”. Le autorità più prudenti sostengono che un lancio graduale, a partire da banche strettamente regolamentate, ridurrebbe il rischio di deflussi improvvisi o di perdita di controllo sulla circolazione di forme di “denaro privato”.
Contemporaneamente, chi spinge per permettere a più operatori di emettere stablecoin in won inquadra la questione come strategica per la competitività: se non si costruisce un’alternativa locale affidabile, gli utenti continueranno a fare affidamento su stablecoin estere, con minore visibilità regolamentare e meno opportunità di sviluppo industriale nazionale.
Secondo dati di mercato, nelle 12 mesi fino a giugno 2025 gli acquisti di stablecoin denominati in won hanno raggiunto volumi significativi, a testimonianza dell’importanza crescente di questi strumenti nella domanda locale di liquidità cripto.
Quadro normativo e passaggi già adottati
Il primo grande intervento normativo della Corea del Sud sul settore è stato l’adozione della Act on the Protection of Virtual Asset Users, pensata per la tutela del mercato e degli utenti: separazione e custodia dei fondi, designazione delle banche come custodi per i depositi degli utenti, requisiti di cold wallet e misure penali contro pratiche di mercato scorrette.
Tuttavia, questo “fase 1” ha avuto come obiettivo principale la protezione degli utenti presso exchange e fornitori di servizi. La controversia attuale riguarda la fase successiva, contenuta nel Digital Asset Basic Act, dove si devono definire regole per l’emissione, la vigilanza e i requisiti per gli emittenti di stablecoin.
Tre attori, tre interessi
Lo scontro riflette in ultima analisi una disputa istituzionale su chi debba assumersi la responsabilità principale quando il “denaro privato” raggiunge rilevanza sistemica.
Banca della Corea: considera le stablecoin ancorate al won come potenzialmente estese al sistema dei pagamenti e, quindi, come una questione di politica monetaria e stabilità finanziaria. Propone un avvio controllato con banche commerciali strettamente regolamentate e una progressiva estensione per ridurre i rischi di flussi di capitale perturbativi.
Commissione dei Servizi Finanziari: vede le stesse tecnologie come innovazione finanziaria regolabile tramite licenze, obblighi di trasparenza, requisiti sulle riserve e vigilanza continuativa, senza vincolare a priori il mercato alla leadership bancaria.
Parlamento e task force dei partiti: valutano pressioni politiche, istanze industriali e l’impatto sulla competitività. Alcuni progetti prevedono soglie di capitale relativamente basse per gli emittenti; la Banca della Corea ritiene che ciò aumenterebbe i rischi, mentre altri sostengono che un regime “bank-first” favorirebbe la delocalizzazione dell’attività verso stablecoin dollar-pegged estere.
La preoccupazione della banca centrale tocca inoltre la separazione storica tra capitale industriale e capitale finanziario nel sistema economico locale, con timori che la prevalenza di soggetti non bancari possa alterare equilibri consolidati.
Intanto grandi exchange nazionali come Bithumb e Coinone hanno reso più accessibili coppie di trading in USDT/KRW, facilitando l’utilizzo diretto delle stablecoin con il won.
La cosiddetta regola del 51%: che cosa prevede e perché è contestata
Nella sua formulazione più rigorosa, la cosiddetta “regola del 51%” prevede che gli emittenti di stablecoin in won siano consorzi guidati da banche commerciali con almeno il 51% della proprietà. Questo schema garantirebbe il controllo sulle funzioni di governance, gestione del rischio e soprattutto sulle operazioni di rimborso.
La razionalità dietro la proposta è che, se una stablecoin inizia a comportarsi come moneta su larga scala, essa può influenzare la trasmissione della politica monetaria e la stabilità finanziaria. Un modello guidato dalle banche importerebbe fin dall’inizio disciplina prudenziale: requisiti patrimoniali, cultura di supervisione, controlli antiriciclaggio e capacità di gestione delle crisi.
La controparte sostiene però che imporre una soglia di proprietà sia un modo indiretto di regolare il rischio, che potrebbe soffocare la concorrenza, rallentare l’innovazione e escludere fintech o operatori di pagamento che potrebbero offrire migliori soluzioni di distribuzione e esperienza utente.
Critici e sostenitori concordano tuttavia sull’esigenza di requisiti stringenti: riserve solide, audit indipendenti e regole di rimborso chiare rimangono strumenti essenziali indipendentemente dalla struttura proprietaria scelta.
Non è solo una questione di chi emette
Anche nel caso in cui la Corea del Sud autorizzasse emittenti non bancari, i regolatori dispongono di numerosi strumenti per mitigare i rischi tipici delle banche ombra: qualità e segregazione delle riserve, custodians terzi, limiti sugli asset ammessi come backing e requisiti di liquidità.
Le proposte discusse prevedono che le riserve siano composte da attività altamente liquide e a basso rischio, come depositi bancari e titoli di stato, custodite da soggetti terzi e separate strutturalmente dall’emittente per ridurre la contaminazione in caso di fallimento.
Un altro principio centrale è la “analogìa con il denaro”: la possibilità di rimborsare velocemente al valore nominale. Regole pubbliche su tempi e procedure di rimborso mirano a evitare che una stablecoin si trasformi in un veicolo illiquido durante crisi di mercato.
La postura regolatoria più ampia del paese favorisce misure tecniche concrete per la protezione degli utenti e la resilienza operativa, come soglie di conservazione offline degli asset dei clienti e standard di governance operativa.
Pressioni del mercato e cosa monitorare nel 2026
Il confronto è urgente perché il mercato si sta già preparando. Grandi banche commerciali si stanno organizzando per un modello guidato dagli istituti, mentre piattaforme di consumo e operatori nativi cripto valutano percorsi alternativi per emettere o distribuire token ancorati al won, qualora le norme lo consentano.
Tra le realtà pronte a lanciare un prodotto locale figura Toss, che ha dichiarato l’intenzione di emettere una stablecoin in won non appena sarà definito un quadro regolamentare chiaro, sottolineando come la normativa fungerà da sportello d’accesso per l’ingresso sul mercato.
La posta in gioco è alta: più si prolunga il confronto sull’eligibilità degli emittenti, più l’attività di stablecoin quotidiana rischia di migrare verso infrastrutture offshore ancorate al dollaro, riducendo le opportunità di creare un’industria nazionale regolata e supervisionabile.
Tra gli scenari allo studio per il 2026 figurano: un percorso a fasi con licenze iniziali riservate alle banche e successiva apertura ad altri operatori; un regime di licenza aperta con una “categoria sistemica” che impone requisiti più severi ai grandi emittenti; o consorzi guidati dalle banche resi possibili ma non obbligatori per attenuare il conflitto sulla regola del 51%.
Qualunque decisione verrà presa, essa avrà implicazioni sulla stabilità finanziaria, sulla capacità delle autorità di controllo di monitorare i flussi di capitale e sulla competitività del sistema finanziario coreano nel tessuto globale dell’innovazione digitale.
Riflessioni conclusive e punti chiave da osservare
La negoziazione tra disciplina prudenziale e promozione dell’innovazione è il fulcro della questione. Le autorità devono bilanciare il bisogno di prevenire rischi sistemici con l’opportunità di sviluppare un mercato domestico di stablecoin che sostenga servizi finanziari digitali avanzati.
Gli elementi pratici da monitorare nei prossimi mesi includono: i requisiti patrimoniali e di riserva proposti, le regole di governance e custodia delle riserve, i tempi e le modalità di rimborso, e l’eventuale introduzione di una categoria “sistemica” con obblighi più stringenti per gli emittenti di dimensioni rilevanti.
La definizione del quadro regolamentare determinerà non solo chi potrà emettere una stablecoin in won, ma anche la traiettoria futura dell’ecosistema cripto nazionale, la sua integrazione con il sistema finanziario tradizionale e il ruolo della Corea del Sud nel panorama globale delle valute digitali.