Non puntare sul bitcoin del Venezuela
- 7 Gennaio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Crypto, Mercati
Negli ultimi mesi sono circolate ipotesi secondo cui il regime del Venezuela potrebbe detenere una consistente riserva segreta di Bitcoin, potenzialmente valutata decine di miliardi di dollari. Queste affermazioni, tuttavia, si reggono prevalentemente su congetture e fonti di seconda mano; manca una prova credibile su catena (onchain) che colleghi risorse di tale entità a portafogli controllati dallo Stato.
In qualità di persona nata e cresciuta in Venezuela e con esperienza diretta nel mining di Bitcoin nel paese, ritengo improbabile che il regime disponga di un «tesoro» di criptovalute di quella portata. Di seguito spiego le ragioni principali e fornisco contesto sulle dinamiche economiche e istituzionali coinvolte.
Le accuse principali si possono ricondurre a tre ipotesi di finanziamento: proventi da una presunta grande vendita d’oro nel 2018 convertita in Bitcoin; ricavi petroliferi incassati in criptovalute; e l’uso di attrezzature per mining sottratte o sequestrate. Ognuna di queste piste presenta, a mio avviso, significative lacune evidenziate dall’assenza di prove onchain e dalla situazione interna del paese.
Analisi delle ipotesi sull’origine dei fondi
Partiamo dall’ipotesi della vendita d’oro del 2018. Non esistono prove pubbliche che dimostrino una conversione diretta di quei proventi in Bitcoin. Inoltre, i soggetti indicati come organizzatori finanziari dell’operazione avrebbero avuto una capacità limitata, soprattutto se si considera che alcuni di essi sono stati detenuti per anni all’estero, con capacità di coordinamento e controllo ridotte.
Per quanto riguarda i pagamenti petroliferi in criptovalute, è documentato che alcune transazioni commerciali abbiano fatto ricorso a strumenti alternativi al dollaro. Tuttavia, trasformare ricavi significativi in riserve statali ufficiali richiede percorsi contabili e di custodia che lascerebbero tracce comprensibili o che, in caso contrario, sarebbero suscettibili di appropriazione da parte di attori corrotti all’interno dell’apparato statale.
Il caso di Alex Saab e la mancanza di evidenze onchain
L’indicazione che un singolo intermediario avrebbe controllato decine di miliardi in BTC è difficile da conciliare con il dato pubblico delle riserve ufficiali. Al momento del rilascio di alcuni esponenti coinvolti nelle controversie internazionali, le riserve ufficiali dichiarate dal Banco Centrale del Venezuela erano di entità molto inferiore rispetto alle cifre che sono circolate in alcune ricostruzioni giornalistiche.
Inoltre, la prova definitiva per associare grandi somme di criptovalute a individui o controparti statali è l’attribuzione su catena: movimenti tra portafogli, depositi su exchange con identificazione, o trasferimenti collegabili a controlli amministrativi. Tali tracce, quando pubbliche e verificabili, non sono emerse in modo convincente per sostenere l’ipotesi di una riserva statale di centinaia di miliardi.
Perché i proventi non emergono nelle riserve ufficiali
Il problema della corruzione endemica è centrale: i governi guidati da Hugo Chávez e poi da Nicolás Maduro hanno accumulato nel tempo numerosi casi di appropriazione indebita e gestione opaca delle risorse pubbliche. Questo contesto rende plausibile che eventuali valori significativi non arrivino direttamente nelle casse statali, ma vengano parzialmente o interamente dirottati verso reti di funzionari e intermediari.
Un esempio rilevante riguarda l’apparato di regolazione delle valute digitali, spesso citato nelle ricostruzioni: la struttura istituzionale dedicata alle criptovalute ha mostrato vulnerabilità e scandali legati a pratiche corruttive, con casi di ricavi petroliferi e altre risorse che sarebbero stati sottratti o gestiti al di fuori di un controllo trasparente e contabilizzato.
Difficoltà pratiche nell’uso di attrezzature per il mining sottratte
Anche ammesso che attrezzature di mining siano state sottratte o sequestrate, la loro semplice detenzione non garantisce produzione stabile di Bitcoin in quantità rilevanti. Il mining su larga scala richiede infrastrutture elettriche affidabili, manodopera qualificata, centri di raffreddamento e manutenzione costante: elementi che in Venezuela sono spesso carenti.
La rete elettrica nazionale è fragile: la produzione idroelettrica e termoelettrica ha subito un progressivo degrado, con la Diga di Guri che fornisce una quota rilevante dell’energia ma necessita di investimenti e manutenzione costanti. Blackout programmati e interruzioni non pianificate complicano l’operatività di impianti di mining. Inoltre, l’esodo di tecnici e personale specializzato ha ridotto la capacità locale di gestire infrastrutture complesse.
Infine, molte delle macchine da mining in uso in condizioni difficili subiscono usura accelerata: la perdita di efficienza e la necessità di ricambi riducono ulteriormente la redditività e l’attrattiva di mantenere impianti sottratti o impropriamente gestiti.
Implicazioni politiche e istituzionali
La presunta esistenza di grandi riserve in Bitcoin detenute dal regime avrebbe ricadute rilevanti sulle relazioni internazionali, sulle sanzioni e sulla capacità di accesso alle risorse finanziarie internazionali. Per dimostrare tali conseguenze servono evidenze chiare: tracciamento onchain, collegamenti con entità riconoscibili e movimenti finanziari che possano essere verificati da terze parti indipendenti.
Senza questi elementi, le narrazioni rimangono speculazioni che possono influenzare il dibattito pubblico ma non costituiscono prova giuridica o contabile. Le istituzioni internazionali e gli operatori del settore cripto valutano questi scenari sulla base di dati verificabili; in loro assenza, rimane alta l’incertezza.
Conclusione: dove sono davvero i Bitcoin in Venezuela?
Ritengo probabile che in Venezuela circolino e siano detenuti Bitcoin, ma non necessariamente come riserve centralizzate nelle mani del regime. È più plausibile che molte criptovalute siano in possesso di privati, miner indipendenti, operatori locali o attori transnazionali che hanno partecipato a transazioni commerciali in ambiti meno ufficiali.
Per trasformare sospetti e indiscrezioni in conclusioni solide servirebbe una combinazione di analisi forense onchain, accesso ai registri finanziari e indagini giudiziarie che possano ricostruire flussi e proprietà. Fino ad allora, la tesi di una gigantesca riserva statale di Bitcoin rimane debole rispetto alle prove disponibili.