Pensioni, dall’1 gennaio 2026 aumento dell’1,4%: come cambiano gli assegni secondo la Cgil
- 2 Dicembre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Cgil e Spi sostengono che l’aumento deciso per le pensioni non sia sufficiente a recuperare la perdita di potere d’acquisto subita dai pensionati negli ultimi anni, soprattutto dopo una contrazione cumulata superiore al 10% nel biennio 2022–2023.
Analisi degli aumenti 2022–2026
L’analisi delle organizzazioni sindacali amplia lo sguardo al periodo 2022–2026 e mette a confronto gli incrementi lordi calcolati esclusivamente sulla perequazione con l’effetto reale percepito al netto delle imposte e degli oneri. Il dato ufficiale indica una crescita lorda complessiva del 16,46% nel periodo considerato, ma l’aumento netto è sensibilmente inferiore nella maggior parte dei casi.
Ad esempio, una pensione lorda di 800 euro mensili nel 2022 sale a 932 euro lordi nel 2026 (+16,46%), mentre il netto passa da 757 a 850 euro (+12,27%). Per una pensione lorda di 1.000 euro si passa a 1.165 euro lordi (+16,46%), ma il netto aumenta da 898 a 1.014 euro (+12,93%). Anche per importi più elevati la dinamica è simile: una pensione lorda di 2.000 euro diventa 2.329 euro lordi (+16,46%), ma il netto cresce da 1.591 a 1.824 euro (+14,68%).
In sintesi, benché l’incremento lordo sia formalmente del +16,46%, nella maggioranza dei casi l’incremento reale si attesta intorno al 12–13%, quindi ben al di sotto dell’inflazione accumulata nello stesso arco temporale. Questo crea un divario crescente tra l’aumento nominale e la capacità effettiva di spesa delle persone interessate.
Effetto fiscale e dinamica delle aliquote
Un elemento centrale della riduzione dell’effetto reale degli aumenti è l’intervento del fisco. La dinamica delle aliquote medie dell’Irpef innalza la pressione fiscale sulle pensioni, erodendo parte della rivalutazione nominale.
I dati di sintesi mostrano che per una pensione lorda di 800 euro l’aliquota media sale dal 5,38% del 2022 all’8,78% nel 2026; per una pensione lorda di 1.000 euro si passa dal 10,19% al 12,91%; e per una pensione di 1.500 euro la pressione fiscale aumenta dal 17,07% al 18,42% nello stesso periodo.
Cgil e Spi hanno osservato:
“È evidente che una quota non trascurabile della rivalutazione finisce per essere assorbita dal fisco, trasformando la perequazione non in un reale ripristino del potere d’acquisto, ma in un meccanismo che contribuisce soprattutto al recupero del gettito fiscale eroso dall’inflazione.”
Implicazioni politiche e proposta di mobilitazione
Alla luce di questi riscontri, le organizzazioni sollecitano interventi di politica pubblica mirati a tutelare il reddito dei pensionati: si citano misure di integrazione mirata per i più poveri, correttivi fiscali e una revisione dei meccanismi di indicizzazione per evitare che l’inflazione neutralizzi gli aumenti nominali.
Le organizzazioni sindacali hanno inoltre invitato i pensionati a partecipare allo sciopero generale indetto per il 12 dicembre, sottolineando come la mobilitazione sia intesa a porre all’attenzione delle istituzioni la necessità di interventi strutturali a favore delle fasce più deboli.
Dal punto di vista istituzionale, una risposta politica potrebbe includere un mix di misure: adeguamenti automatici più efficaci della perequazione, detrazioni fiscali mirate per le pensioni medio-basse e sussidi temporanei per compensare gli effetti dell’inflazione sui beni essenziali. Queste scelte hanno impatti sul bilancio pubblico e richiedono valutazioni su sostenibilità e priorità di spesa.
In un contesto economico caratterizzato da pressioni inflazionistiche e da scenari di crescita incerti, il confronto tra forze sociali e istituzioni rimane centrale per individuare soluzioni che garantiscano protezione ai redditi previdenziali senza compromettere la stabilità dei conti pubblici.