Occupati nella cultura: pochi giovani e boom di autonomi
- 27 Novembre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
L’ultimo rapporto di Federculture disegna un quadro complesso dell’occupazione nel settore culturale italiano: il Paese primeggia in Europa per la quota di lavoratori autonomi, ma mostra un basso coinvolgimento delle fasce più giovani.
Il comparto ha quasi recuperato i livelli persi durante la fase pandemica, ma la ripresa degli ingressi lavorativi è caratterizzata da una prevalenza di donne e di persone con titolo universitario, segnando una tendenza significativa nella composizione dell’occupazione culturale.
I numeri
Tra il 2019 e il 2024 l’aumento dell’occupazione nel settore culturale ha riguardato esclusivamente la componente femminile (+6,2%), mentre la componente maschile ha registrato una contrazione (-1,2%). Questo andamento si differenzia da quello dell’occupazione complessiva, in cui la crescita ha coinvolto entrambi i generi (circa +4% per le donne e +3,2% per gli uomini).
Barbara Boschetto dell’ISTAT ha osservato:
«La riattivazione dei posti di lavoro culturali è stata trainata principalmente dalle persone con più di cinquant’anni (+21,1%), anche in conseguenza del progressivo invecchiamento della popolazione in età lavorativa. Ma ha interessato soltanto i soggetti in possesso di una laurea (+15,1%).»
Confrontando il contesto europeo, l’Italia coinvolge meno giovani nelle professioni culturali: la quota di occupati tra i 15-29 anni è del 12,8% contro il 18,1% della media UE, collocando il Paese al penultimo posto nella graduatoria europea, sopra solo alla Croazia (8,5%). Al contrario la percentuale di occupati culturali con più di 50 anni è del 38,6%, valore che pone l’Italia ai vertici europei per concentrazione di età avanzata nel settore.
Barbara Boschetto ha aggiunto:
«Nonostante la maggioranza dei lavoratori culturali italiani abbia un titolo di studio pari o superiore alla laurea (50,4%), questa percentuale relega comunque l’Italia all’ultima posizione tra i Paesi comunitari per incidenza di occupati culturali con una qualifica universitaria; ciò riflette il livello di istruzione generalmente meno elevato del mercato del lavoro nazionale.»
La distribuzione delle professioni nel settore
L’Italia detiene il primato europeo per la quota di lavoratori autonomi nel comparto culturale: quasi la metà degli occupati in professioni culturali opera come indipendente (46,3%), rispetto a una media UE poco sotto il 32%. Il divario con il dato europeo si evidenzia sia nell’occupazione totale (circa 6,6 punti percentuali in più) sia in misura più marcata nell’ambito culturale (14,6 punti).
Il quadro regionale è disomogeneo: la quota di occupazione culturale sul totale supera o si avvicina al valore medio nazionale del 3,5% in sette regioni del Centro-Nord — Lazio, Umbria, Toscana, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto e Emilia Romagna — mentre in quattro regioni del Mezzogiorno (Calabria, Puglia, Sardegna e Molise) la quota non raggiunge il 2,5%.
Questa distribuzione mette in luce concentrazioni territoriali della filiera culturale e differenze strutturali nell’offerta di servizi culturali, nell’attrattività per i talenti e nelle opportunità di impresa culturale che richiedono politiche mirate a livello regionale.
I ruoli più diffusi
I profili più numerosi nel settore sono i professionisti tecnici e creativi: architetti, designer e arredatori d’interni rappresentano il 27,4% dell’occupazione culturale, con un aumento del +9,2% rispetto al 2019. Questa categoria comprende figure coinvolte sia nella progettazione che nella realizzazione di spazi e prodotti culturali e commerciali.
I artigiani culturali, che includono liutai, gioiellieri, vasai, vetrai e operatori del legno, del vimini e dei tessuti, costituiscono l’11,8% dell’occupazione del comparto e hanno registrato una crescita del +6,0% rispetto al 2019, segnalando una domanda sostenuta per competenze manuali e tradizionali.
La componente degli artisti (musicisti, attori, cantanti e figure affini) pesa per il 10,0% dell’occupazione culturale, con una significativa crescita del +25,4% dal 2019, indicativa di una ripresa delle attività performative e di produzione artistica dopo la fase di crisi.
Al contrario, professioni legate alla gestione di patrimoni e servizi culturali come archivisti e bibliotecari rappresentano una quota più contenuta (3,7%) e mostrano una contrazione rispetto al periodo pre-pandemico, con implicazioni per il funzionamento di musei, archivi e biblioteche e per la conservazione del patrimonio culturale.
Il profilo demografico e occupazionale del settore segnala alcune criticità: l’invecchiamento della forza lavoro, la scarsa presenza giovanile e la forte diffusione del lavoro autonomo implicano questioni di stabilità contrattuale, accesso alla formazione e tutela sociale. Questi elementi sono rilevanti per le istituzioni chiamate a definire politiche di sostegno, come incentivi alla formazione specialistica, programmi di inserimento per i giovani e misure per la sicurezza economica dei lavoratori autonomi.
Infine, le differenze territoriali evidenziano la necessità di strategie locali e nazionali coordinate per valorizzare le filiere culturali in tutte le regioni, promuovendo infrastrutture culturali, investimenti mirati e iniziative che favoriscano l’occupazione stabile e la partecipazione delle nuove generazioni.