La convivenza più lunga: il sorprendente viaggio di una famiglia italiana
- 17 Novembre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Era il 1988 quando il Centro studi e ricerche sulla famiglia della Università Cattolica di Milano pubblicò lo studio intitolato «La famiglia lunga del giovane adulto», portando all’attenzione pubblica un fenomeno già osservato da psicologi e sociologi: l’allungamento della transizione dall’adolescenza all’età adulta.
La condizione del giovane-adulto non si esaurisce nella sola incertezza lavorativa, nel prolungamento degli studi o negli elevati costi delle abitazioni. Parlare di famiglia lunga permette invece di leggere il fenomeno come un’estensione del tempo familiare, in cui più generazioni convivono e si influenzano reciprocamente.
Disequità generazionale
In Italia la transizione verso l’autonomia è più lenta rispetto ad altri contesti: lasciare la casa dei genitori avviene spesso dopo i trent’anni, mentre nel Nord Europa, favorito da un welfare più esteso, molti giovani escono di casa già in età giovanile. Questo ritardo influisce direttamente su scelte come il matrimonio e la genitorialità, contribuendo al calo demografico.
La permanenza prolungata nella famiglia genera una marcata disequità generazionale: i genitori tendono ad avere redditi e tutele più stabili, mentre i figli adulti restano dipendenti dal sostegno familiare per tempi lunghi, in un contesto di politiche pubbliche che spesso non sono progettate per favorire l’autonomia giovanile.
Tommaso Padoa-Schioppa coniò nel 2007 il termine bamboccioni, entrando nel dibattito pubblico su questo nodo culturale: da un lato figli che fanno fatica a svincolarsi, dall’altro genitori che temono per il peggioramento delle condizioni di vita dei propri figli. Studi recenti sottolineano inoltre un atteggiamento di adattamento alla situazione attuale:
“sto bene così”
Questa prospettiva indica che l’autonomia viene percepita come un prezzo alto: richiede rinunce in termini di tenore di vita, confrontandosi con mercati del lavoro instabili e costi abitativi elevati. Allo stesso tempo, il modello di solidarietà intergenerazionale rimane una risorsa, non un difetto: la forza dei legami familiari ha in molti casi sostituito misure pubbliche, spostando sul nucleo familiare il ruolo di ammortizzatore sociale.
Rischio immobilità
Quando la solidarietà familiare non favorisce la progressiva acquisizione di autonomia, il nido domestico rischia di trasformarsi in un porto sicuro permanente. Vincoli economici e modelli culturali possono così tradursi in immobilità sociale ed economica, ostacolando il ricambio generazionale e la mobilità sociale.
Per invertire questa tendenza servono politiche pubbliche che affianchino la famiglia senza farne l’unico sostegno: interventi per l’accesso a un alloggio adeguato e conveniente, incentivi per contratti di lavoro più stabili e servizi di welfare rivolti ai giovani sono misure essenziali. In particolare, misure come il rafforzamento dell’edilizia sociale, agevolazioni fiscali per l’affitto o l’acquisto dei primi immobili, percorsi di formazione professionale e apprendistato, nonché un potenziamento dei servizi per l’infanzia e delle politiche attive del lavoro possono facilitare la transizione verso l’età adulta.
Il coordinamento tra Stato, enti locali e istituzioni europee, insieme a una progettazione che coinvolga il mercato del lavoro e il settore abitativo, è fondamentale per ridurre le disuguaglianze generazionali e sostenere la natalità. Politiche efficaci avrebbero un impatto non solo sociale ma anche economico, favorendo l’ingresso stabile dei giovani nel mercato del lavoro e una maggiore autonomia abitativa.
Riconciliare la solidarietà intergenerazionale con percorsi concreti di emancipazione significa trasformare un elemento di tutela in un volano per il futuro: non più una zavorra che trattiene, ma una leva per rilanciare progettualità individuali e collettive e sostenere la generatività delle nuove generazioni.