Terminalisti lanciano l’allarme: no ai contenziosi sulle integrazioni delle ferie nei salari
- 13 Novembre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
I terminalisti italiani segnalano il rischio di contenziosi da parte dei lavoratori che potrebbero chiedere integrazioni retributive sul trattamento delle ferie con decorrenza retroattiva al 2007, in conseguenza di interpretazioni giurisprudenziali recenti.
La problematica è emersa a seguito di una sentenza del Tribunale di Venezia favorevole ai dipendenti del terminal container Tiv, che si colloca in continuità con i principi sanciti dalla direttiva 2003/88 e con una pronuncia della Corte di giustizia UE del 2007, la quale ha chiarito aspetti relativi al godimento e alla quantificazione della retribuzione collegata alle ferie.
L’allarme è stato rilanciato da Assiterminal, associazione delle imprese terminaliste, e dalla sezione Terminal operators di Confindustria Genova.
Alessandro Ferrari ha detto:
“La questione nasce in altri settori e ora interessa anche il mondo portuale. Diversi giudici, e in alcuni casi la stessa Cassazione, stanno ricercando un approccio comunitario che garantisca ai lavoratori la possibilità effettiva di fruire delle ferie. La sentenza della Corte di giustizia è poi intervenuta anche sul tema della quantificazione dell’indennità feriale: se il reddito percepito durante il lavoro è pari a 100, quando si è in ferie non si dovrebbe registrare un gap retributivo tale da disincentivare l’uso delle ferie.”
In pericolo l’articolo 11 del contratto dei porti
Gli operatori terminalisti genovesi ricordano che il trattamento economico delle ferie è disciplinato in modo dettagliato dall’articolo 11 del contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL)
I terminalisti genovesi hanno osservato:
“Il CCNL e gli accordi aziendali sono stati concordati per distinguere chiaramente le componenti retributive erogate in costanza di rapporto di lavoro da quelle volte a compensare particolari disagi o a premiare la presenza e la produttività. Se si ridefinisse retroattivamente questa distinzione mediante pronunce giurisdizionali, verrebbe meno il valore negoziale degli accordi sia nazionali sia aziendali.”
L’interpretazione giurisprudenziale, avvertono le imprese, potrebbe aprire la strada a reclami per integrazioni su ferie già godute: stime di mercato, confermate da Assiterminal, indicano un potenziale onere nazionale nell’ordine di circa 300 milioni di euro. Secondo i terminalisti, la modifica del quadro applicativo opererebbe di fatto una rivalutazione economica dei meccanismi contrattuali che regolano produttività e presenza.
Alessandro Ferrari ha osservato:
“L’articolo 11 del CCNL non può essere stravolto a colpi di sentenze: se si interviene solo con ragionamenti di natura economica senza esaminare le fattispecie concrete, si compromette il valore delle intese negoziali di primo e secondo livello e si rischia di portare la contrattazione nelle aule dei tribunali anziché nei tavoli sindacali.”
Implicazioni sindacali, giuridiche e istituzionali
La questione non ha solo risvolti economici immediati, ma solleva interrogativi sul ruolo della contrattazione collettiva, sulla certezza del diritto e sulla possibilità di uniformare l’interpretazione del trattamento ferie a livello nazionale. Se le corti continueranno a favore di interpretazioni che equiparano la retribuzione in ferie alla normale retribuzione percepita sul lavoro, le imprese potrebbero dover rivedere i calcoli contrattuali o cercare chiarimenti legislativi per evitare oneri retroattivi e una frammentazione delle decisioni giudiziarie.
Sono possibili diverse vie di sviluppo: ricorsi ordinari verso corti superiori, iniziative di coordinamento tra datori di lavoro e parti sociali per negoziare soluzioni condivise, oppure interventi normativi chiarificatori da parte delle istituzioni competenti per sanare discrepanze tra diritto comunitario e prassi contrattuali nazionali.
In assenza di interventi chiarificatori, gli operatori del settore prevedono un aumento dei contenziosi e una maggiore incertezza nel processo di contrattazione aziendale, con possibili riflessi anche sul mercato del lavoro portuale e sulle strategie occupazionali delle imprese.
Assiterminal: «Lo Stato non entri a gamba tesa nella contrattazione»
Alessandro Ferrari ha aggiunto:
“Si parla molto della necessità di valorizzare i contratti collettivi e di introdurre strumenti come il salario minimo, ma allo stesso tempo si osserva una componente pubblica che, intervenendo indirettamente sulle regole della regolazione dei rapporti di lavoro attraverso l’interpretazione giurisprudenziale, rischia di alterare equilibri negoziali consolidati. Questo pesa in modo particolare su settori caratterizzati da variabilità organizzativa, come la logistica e tutte le attività che prevedono lavoro a turni.”
Per gli attori coinvolti, la scelta ora è tra cercare soluzioni concertate con le controparti sociali per limitare il rischio di contenziosi e tutelare la prevedibilità dei costi, oppure affrontare un percorso giudiziario che potrebbe stabilire nuovi parametri applicativi con effetti sulle future trattative salariali e organizzative nel comparto portuale.