Parolin alla Cop30: il cambiamento climatico provoca più sfollati dei conflitti
- 7 Novembre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Il riscaldamento globale sta causando spostamenti di popolazione più numerosi di quelli provocati dai conflitti: a sottolinearlo è stato il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, durante la seconda giornata del vertice politico preparatorio alla Cop30, tenutosi a Belem.
Parolin ha richiamato l’attenzione sulla dimensione umanitaria della crisi climatica, evidenziando come eventi atmosferici estremi e catastrofi naturali costringano milioni di individui ad abbandonare i propri luoghi di origine, soprattutto nei Paesi meno attrezzati ad affrontare processi di adattamento.
Si parla sempre più spesso di rifugiati climatici, persone costrette a migrare non a causa di conflitti armati, ma per le conseguenze socio-economiche del riscaldamento globale, che erode mezzi di sussistenza, infrastrutture e risorse naturali fondamentali.
Secondo una valutazione del Banca Mondiale del 2021, oltre 200 milioni di persone potrebbero trovarsi in questa condizione entro il 2050 se non verranno adottate misure tempestive ed efficaci di mitigazione e adattamento.
Un caso emblematico è quello della nazione insulare di Tuvalu, nel Pacifico meridionale, spesso citata come esempio di territorio a rischio di perdita di abitabilità a causa dell’innalzamento del livello del mare. Dal 2023 il Governo Australia ha avviato un programma che concede annualmente permessi di soggiorno a un numero limitato di cittadini tuvaluani, con piani di reinsediamento graduali per fronteggiare l’erosione demografica e territoriale.
Una successiva analisi del Banca Mondiale del 2024 ha inoltre stimato che quasi una persona su cinque, a livello globale, rischia nel corso della vita di subire uno shock meteorologico così grave da compromettere la propria capacità di ripresa economica.
La Agenzia ONU per i rifugiati, sempre nel 2024, ha rilevato che tre quarti dei circa 120 milioni di persone già sfollate nel mondo risiedono in Paesi fortemente colpiti dai cambiamenti climatici; tra questi figurano Etiopia, Haiti, Myanmar, Somalia, Sudan e Siria.
Oltre allo sfollamento, la scarsità crescente di risorse primarie — in particolare acqua e terre coltivabili — può accentuare competizioni locali e ampliarne la portata, aumentando il rischio di conflitti e instabilità sociale nelle aree più vulnerabili.
Implicazioni politiche e risposte richieste
La dimensione politica della migrazione climatica richiede risposte multilivello: coordinamento internazionale, investimenti in infrastrutture resilienti, piani di adattamento nazionale e meccanismi di finanziamento che sostengano i Paesi in via di sviluppo. Queste misure sono fondamentali per ridurre la vulnerabilità e limitare gli spostamenti forzati.
Sul piano normativo esiste oggi un vuoto: la persona sfollata dal clima non rientra automaticamente nelle definizioni tradizionali di rifugiato politico, per cui servono strumenti giuridici e politiche migratorie dedicate che riconoscano e proteggano queste categorie.
Processi multilaterali come la serie di conferenze Cop offrono un forum per concordare obiettivi comuni su mitigazione, adattamento e finanziamento climatico; tuttavia, le decisioni prese richiedono traduzione operativa in programmi concreti sul territorio, con un’attenzione particolare alla giustizia climatica e alla responsabilità storica dei Paesi più ricchi.
La promozione di strategie di sviluppo sostenibile, il rafforzamento dei sistemi di protezione sociale e la creazione di corridoi legali per il reinsediamento sono alcune delle azioni che possono ridurre l’impatto umano della crisi climatica e contribuire a gestire in modo più equo i flussi migratori futuri.
Infine, la sensibilizzazione pubblica e il coinvolgimento degli attori locali — autorità territoriali, società civile e comunità interessate — sono elementi chiave per progettare soluzioni condivise e durature che tengano conto delle specificità culturali ed economiche delle popolazioni colpite.