Retribuzioni, tasse piatte per rilanciare rinnovi e aumentare la produttività

Il taglio dell’IRPEF previsto interesserà i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro: l’aliquota passerà dal 35% al 33% e sarà applicato a lavoratori dipendenti e pensionati, mentre gli effetti della misura risultano annullati soltanto per redditi superiori a 200.000 euro.

Premi e produttività

Per quanto riguarda i premi di produttività, il maggior guadagno medio atteso per i beneficiari è di circa 64 euro annui nei due anni successivi, basato su un incentivo medio oggi pari a 1.600 euro.

L’imposta sostitutiva che grava sui premi scenderebbe dall’attuale 5% all’1% previsto per l’anno successivo, riducendo di quattro punti percentuali il prelievo fiscale sul valore del premio.

Il testo del Ddl di Bilancio prevede anche l’aumento della soglia massima dell’importo agevolabile da 3.000 a 5.000 euro, ma tale modifica potrebbe avere un impatto limitato: l’importo medio dei premi incentivanti è oggi molto inferiore a tale tetto e, salvo casi particolari, le imprese difficilmente erogano premi annuali di 5.000 euro per lavoratore.

Resta confermato il limite di reddito del lavoratore per l’accesso al beneficio, fissato a 80.000 euro lordi annui. Al momento ne beneficiano circa 4,7 milioni di lavoratori, secondo i dati del Ministero del Lavoro.

L’intervento si propone di stimolare la diffusione di contratti aziendali o territoriali che legano retribuzioni e produttività, ma l’efficacia dipenderà anche dall’adesione delle imprese, dalle dimensioni aziendali e dalla capacità di negoziazione collettiva a livello locale.

Per le piccole e medie imprese, in particolare, la sostenibilità degli incentivi dipenderà dalla redditività e dalla possibilità di riorientare risorse verso meccanismi di premio senza comprimere gli investimenti produttivi.

Produttività stagnante

Il taglio dell’imposta sui premi è motivato anche dalla necessità di sostenere la produttività, che permane debole nonostante il recupero dell’occupazione fino a quota 24,1 milioni di persone.

Nel Rapporto annuale sulla produttività 2025 il Cnel segnala che, nel periodo 1995-2024, l’incremento medio annuo della produttività in Italia si è attestato intorno allo 0,2%, a fronte dell’1,2% registrato nella Ue a 27 (con l’1% della Germania, lo 0,8% della Francia e lo 0,6% della Spagna).

Tra le cause indicate emerge che l’occupazione è cresciuta soprattutto in settori caratterizzati da produttività media più bassa, come le costruzioni, la ristorazione, la sanità e i servizi di assistenza, limitando così la spinta complessiva alla produttività per addetto.

Altro fattore rilevante è il ritardo negli investimenti in beni immateriali — software, ricerca e sviluppo, capitale organizzativo — che sono associati a aumenti di produttività duraturi e alla capacità di innovare processi e prodotti.

Il Rapporto sottolinea inoltre un divario nelle competenze: solo il 16% dei lavoratori italiani possiede competenze digitali avanzate, contro circa il 30% in Germania e Francia; analogamente, solo il 15% dei laureati italiani proviene da discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), rispetto a una media europea del 26%.

Queste lacune strutturali implicano che la sola riduzione fiscale sui premi potrebbe non bastare a riallineare la produttività italiana ai livelli europei: servono politiche integrate che promuovano formazione, investimenti in ricerca e digitalizzazione e incentivi mirati per favorire la transizione verso attività a maggiore valore aggiunto.



Author: Tony
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