Oro ai massimi: nuovi record e scenari di crescita secondo Lombard Odier
- 22 Ottobre 2025
- Posted by: Katherine Puce
- Categoria: Economia
Il prezzo dell’oro ha registrato guadagni parabolici quest’anno, salendo oltre il 60%: il contesto macroeconomico e geopolitico resta favorevole a una domanda sostenuta. Manteniamo un orientamento positivo sul metallo e aggiorniamo il target a 12 mesi a USD 4.600 per oncia. L’analisi è tratta dalla CIO Office Viewpoint di Lombard Odier, redatta da Kiran Kowshik (Global FX Strategist) e Dr. Luca Bindelli (Head of Investment Strategy) di Banque Lombard Odier & Cie SA, e offre la visione del Gruppo sull’andamento dell’oro e le prospettive future del metallo prezioso. Manteniamo un orientamento positivo sul metallo e aggiorniamo il target a 12 mesi a USD 4.600 per oncia.
Negli ultimi tre anni la performance dell’oro è stata impressionante: dall’ottobre 2022 il metallo ha guadagnato più del 180%. Più recentemente, nelle sei settimane successive alla nostra ultima analisi, il rialzo è stato di circa il 19% grazie al crescente riconoscimento delle sue qualità di diversificazione in portafoglio.
Il motore di questo slancio è multilaterale e trae origine principalmente dall’attuale combinazione di incertezza economica e tensioni geopolitiche, che sostengono sia la domanda degli investitori privati sia gli acquisti istituzionali. Qui di seguito riassumiamo le tre ragioni principali alla base del trend positivo.
Effetto dei tassi reali e aspettative di inflazione
In primo luogo, negli USA la Federal Reserve è attesa in una sequenza di riduzioni dei tassi nominali proprio quando l’inflazione core rimane relativamente elevata, comprimendo i rendimenti reali. Rendimenti reali più bassi aumentano l’attrattiva di asset non fruttiferi come l’oro, che agisce come copertura contro la perdita di potere d’acquisto.
In particolare, esiste il rischio che l’impatto dei dazi alle importazioni si trasferisca gradualmente sui prezzi al consumo. Stimiamo che la misura core delle spese per consumi personali (PCE core) rimarrà sopra il 3% nei primi sei mesi del 2026, oltre il target implicito della banca centrale.
La Fed sembra privilegiare la stabilità occupazionale rispetto a una lotta aggressiva all’inflazione: quando la politica monetaria si allenta per sostenere il mercato del lavoro, aumentano gli incentivi a detenere strumenti che non pagano interessi ma preservano valore reale.
Afflussi verso ETF e interesse degli investitori privati
La seconda leva è rappresentata dalla domanda da parte degli investitori privati, misurata in modo efficace tramite gli afflussi negli ETF fisicamente garantiti sull’oro. Settembre ha registrato il maggiore flusso mensile di sempre verso questi strumenti, trainato soprattutto da investitori negli USA e in Europa.
Il fenomeno potrebbe essere ancora nelle fasi iniziali: gli investitori europei erano stati netti venditori tra il 2022 e il 2024, con i flussi che si sono invertiti solo quest’anno; la domanda asiatica, forte fino a maggio, è risultata più stabile nel terzo trimestre. In termini di stock, le detenzioni totali degli ETF restano circa il 12% sotto il picco del 2020, segnalando spazio per ulteriori acquisti.
Ruolo delle banche centrali e domanda istituzionale
Terzo, le tensioni geopolitiche e le preoccupazioni sulla stabilità finanziaria hanno alimentato un aumento strutturale della domanda da parte degli investitori pubblici: banche centrali e fondi sovrani hanno incrementato gli acquisti in modo rilevante negli ultimi anni.
Dal 1980 al 2005 le banche centrali erano state venditrici nette, riducendo la quota dell’oro nelle riserve dal circa 30% a circa il 5% e contribuendo a periodi di prezzi più contenuti. Dal 2008 in poi la tendenza si è invertita: le allocazioni in metallo prezioso sono risalite, sostenendo i prezzi. Nell’ultimo decennio le riserve destinate all’oro sono aumentate di circa dieci punti percentuali.
Queste istituzioni tendono a ricercare asset che svolgano funzioni simili a quelle delle valute: mezzo di scambio limitato, unità di conto e serbatoio di valore. In scenari caratterizzati da sanzioni finanziarie, volatilità geopolitica e politiche commerciali imprevedibili, l’oro recupera appeal come strumento di stabilità patrimoniale.
Implicazioni per gli investitori e fattori di rischio
Dal punto di vista operativo, l’attuale contesto suggerisce che l’oro rimane una componente utile per la diversificazione e come assicurazione contro rischi monetari e geopolitici. Una quota prudente in portafoglio può ridurre la volatilità complessiva e proteggere il capitale in scenari inflazionistici o di svalutazione valutaria.
Tuttavia, esistono rischi da monitorare: un ritorno più rapido delle banche centrali a una politica restrittiva che aumenti i rendimenti reali potrebbe indebolire l’attrattiva del metallo; inoltre, un arresto degli afflussi negli ETF o vendite coordinate da parte di grandi detentori potrebbero generare pressioni sul prezzo. L’evoluzione delle relazioni commerciali tra USA e Cina, così come le scelte fiscali e tariffarie dei governi, resteranno fattori chiave.
In conclusione, manteniamo una visione positiva sull’oro per i prossimi 12 mesi, con un target aggiornato a USD 4.600 l’oncia. Continueremo a seguire da vicino gli sviluppi dei rendimenti reali, i flussi negli ETF e gli acquisti delle banche centrali, poiché saranno determinanti per la dinamica del prezzo.
L’oro resta particolarmente attraente in uno scenario in cui le incertezze fiscali degli Stati Uniti aumentano i rischi legati al valore degli strumenti del debito sovrano, cioè i titoli di Stato che le banche centrali detengono come riserva principale. Il metallo prezioso tende a conservare il valore in contesti di rischio fiscale e, in caso di una generale svalutazione del dollaro, può addirittura beneficiare di una rivalutazione. Per queste ragioni, molte banche centrali continuano a valutare una maggiore diversificazione delle riserve in favore dell’oro.
La domanda globale di oro è salita in modo significativo mentre l’offerta si mantiene storicamente piatta. A differenza del petrolio, la produzione mineraria dell’oro non è immediatamente incrementabile per far fronte a un aumento repentino della domanda. Le forniture estratte si sono indebolite, ma storicamente risultano poco volatili. Anche il riciclo, che rappresenta una quota significativa dell’offerta globale, è aumentato nell’ultimo anno ma non basta da solo a colmare l’incremento della domanda.
Il contributo del riciclo è stimato intorno al 30% del mercato globale, secondo le analisi di riferimento del settore, ma la maggior parte dell’oro viene accumulata come riserva o investimento piuttosto che consumata industrialmente. Questa caratteristica rende l’oro un asset con dinamiche di prezzo diverse rispetto ad altri metalli preziosi con componenti industriali più rilevanti.
Domanda, offerta e confronto con altri metalli preziosi
Anche altri metalli preziosi hanno registrato forti rialzi. Il argento ha sovraperformato l’oro in termini percentuali in certi periodi recenti, alimentato sia da flussi verso gli ETF sia da applicazioni industriali, in particolare nelle tecnologie per le energie alternative. Anche il platino ha visto aumenti rilevanti dopo anni di deficit di offerta e per una crescente domanda da parte di investitori e del mercato della gioielleria.
Un elemento chiave è che argento e platino hanno una componente d’uso industriale più marcata rispetto all’oro, che invece è principalmente conservato a scopo monetario o collezionistico. Questo significa che l’oro è meno esposto a squilibri tra domanda e offerta legati all’utilizzo industriale e, per questo motivo, tende a mostrare una volatilità realizzata sul 12 mesi inferiore rispetto ad altri metalli: valori recenti indicano una volatilità intorno al 16% per l’oro, contro circa il 27% per l’argento e il 29% per il platino.
Inoltre, le banche centrali possiedono ingenti riserve di oro ma raramente detengono quantità significative di argento o platino. Questa caratteristica permette alle autorità monetarie di intervenire sul mercato dell’oro quando la liquidità diventa scarsa: in passato alcune banche centrali hanno effettuato operazioni tecniche, come la rifusione o il rietichettamento delle barre, per soddisfare requisiti di formato imposti dalle controparti internazionali.
Cosa potrebbe indebolire i prezzi dell’oro?
Il primo fattore che potrebbe mettere pressione al prezzo dell’oro è un inasprimento più marcato della politica monetaria da parte della Federal Reserve. Un aumento dei tassi reali negli Stati Uniti è storicamente negativo per l’oro, poiché aumenta il rendimento reale degli asset a tasso fisso rispetto al metallo privo di rendimento.
Esistono precedenti storici: dopo lo shock pandemico il prezzo dell’oro aveva raggiunto un picco intorno a 2.000 dollari l’oncia quando i rendimenti reali statunitensi erano molto negativi. Successivamente, durante il ciclo di inasprimento monetario iniziato nel 2022, i mercati dell’oro hanno registrato correzioni significative in risposta all’aumento dei rendimenti reali.
Oggi il contesto è diverso: i tassi di riferimento sono già elevati rispetto al passato e i rendimenti reali statunitensi mostrano livelli più positivi rispetto ai minimi. Tuttavia, mosse future della Federal Reserve che comportassero un ulteriore rialzo dei rendimenti reali potrebbero esercitare una pressione al ribasso sui corsi dell’oro.
Un secondo rischio rilevante è una contrazione netta della domanda da parte del mercato della gioielleria. Sebbene questo segmento evolva con maggiore lentezza rispetto ai flussi finanziari, rappresenta comunque una quota importante della domanda annuale e potrebbe amplificare eventuali correzioni se dovesse indebolirsi in modo brusco.
Tuttavia, negli ultimi anni la minore domanda della gioielleria è stata in parte compensata dai flussi verso gli ETF e dall’acquisto diretto di metallo da parte di alcune banche centrali, che hanno aumentato le loro riserve per diversificare l’esposizione ai titoli sovrani.
Ruolo recente delle banche centrali e implicazioni geopolitiche
Negli ultimi anni alcune banche centrali si sono distinte per acquisti significativi di oro. Tra gli esempi più noti figurano le politiche di accumulo di paesi come Turchia e Polonia, che hanno aumentato la quota di riserve detenute in metallo prezioso per ridurre la dipendenza da titoli di Stato esteri e per proteggersi dall’eventuale volatilità valutaria.
Questa tendenza riflette una strategia più ampia di diversificazione delle riserve: in presenza di rischi fiscali e di tensioni geopolitiche, detenere una parte più consistente di risorse in oro riduce il rischio di controparte e può fornire una copertura contro la svalutazione della valuta di riserva.
Il comportamento delle banche centrali ha anche effetti di mercato. Acquisti regolari e sostanziali possono ridurre la liquidità disponibile e contribuire a mantenere i prezzi su livelli elevati, mentre vendite o cessioni improvvise potrebbero accentuare pressioni ribassiste.
Prospettive e consigli per gli investitori
Per gli investitori istituzionali e privati, l’oro resta uno strumento utile di diversificazione del portafoglio. Le caratteristiche di asset monetario globale, la relativa stabilità dell’offerta e la capacità di agire come bene rifugio nelle fasi di incertezza fiscale e geopolitica ne fanno un componente strategico.
Tuttavia, è importante considerare i rischi: l’esposizione ai tassi reali, la domanda della gioielleria e la dinamica dei mercati finanziari possono determinare oscillazioni significative. Per questo motivo l’inserimento dell’oro in portafoglio dovrebbe avvenire con una prospettiva di medio-lungo termine e con una ponderazione adeguata al profilo di rischio dell’investitore.
In sintesi, le condizioni attuali suggeriscono che esista ancora spazio per una diversificazione delle riserve in favore dell’oro, soprattutto se le incertezze fiscali statunitensi dovessero permanere o se il dollaro dovesse indebolirsi. Allo stesso tempo, gli sviluppi della politica monetaria e la domanda industriale e della gioielleria restano fattori chiave da monitorare per valutare la sostenibilità di eventuali livelli di prezzo elevati.
Negli ultimi anni si è osservata una ripresa degli acquisti da parte delle banche centrali, un fenomeno che richiama dinamiche già viste negli anni ’80. La Polonia detiene attualmente circa il 24% delle riserve in oro e intende aumentarne la quota fino al 30%. Operazioni di realizzo potrebbero tuttavia provocare fasi temporanee di consolidamento del prezzo.
Motori della domanda
All’inizio dell’anno si era ipotizzato che un atterraggio morbido dell’economia dei Stati Uniti e mercati azionari globali ancora solidi potessero far posticipare la domanda di oro come bene rifugio rispetto alle azioni. Tuttavia, gli investitori mostrano un crescente interesse verso strumenti in grado di diversificare i portafogli rispetto ai rischi di inflazione e alla possibile svalutazione delle valute fiat.
L’economia statunitense presenta oggi una crescita più moderata, con un basso rischio di recessione, mentre i mercati azionari continuano a registrare nuovi massimi. Questo supporto arriva in parte dagli investimenti in capitale legati all’intelligenza artificiale e dal miglioramento delle stime di utile che si stanno allargando a più settori.
Proiezione dei prezzi e posizionamento
Alla luce del contesto attuale, riteniamo che i fattori favorevoli al trend positivo dell’oro restino in vigore. Abbiamo quindi rivisto al rialzo il nostro target di prezzo a 12 mesi, portandolo da USD 3.900 a USD 4.600 per oncia. Nei portafogli, la nostra allocazione in oro rimane superiore ai livelli strategici di riferimento.
Segnali tecnici e vincoli di offerta
I principali indicatori tecnici di breve periodo segnalano che il mercato è significativamente ipercomprato, il che può preludere a fasi di consolidamento dei prezzi. Tuttavia, tali segnali tecnici sono messi alla prova da fondamentali più solidi, caratterizzati da una domanda in accelerazione e da vincoli sull’offerta.
L’offerta primaria è influenzata dalla produzione mineraria, da livelli di riciclo più bassi e da una maggiore domanda delle banche centrali. Anche i flussi verso gli ETF che replicano l’andamento dell’oro svolgono un ruolo determinante nel determinare la liquidità e la volatilità del mercato.
Implicazioni per i portafogli
Per gli investitori istituzionali e privati, mantenere una sovraesposizione all’oro rispetto al peso strategico può offrire protezione contro l’inflazione e la possibile erosione del potere d’acquisto delle valute. È opportuno però gestire l’esposizione in modo dinamico, prevedendo meccanismi di rebalancing e sfruttando le fasi di volatilità per ottimizzare il costo medio di acquisto.
Per orizzonti di investimento di medio termine (12 mesi) consigliamo di valutare la posizione in funzione della tolleranza al rischio: gli investitori più conservativi potranno ridurre leggermente l’allocazione in caso di forti rialzi, mentre chi punta alla protezione dall’inflazione potrà mantenere o incrementare l’esposizione.
Rischi e fattori da monitorare
Fra i principali rischi da tenere sotto osservazione figurano prese di profitto diffuse, aumenti rapidi e significativi dei tassi reali, una rivalutazione marcata del dollaro USA, oppure una brusca riduzione degli acquisti da parte delle banche centrali. Anche shock macroeconomici che riducono le pressioni inflazionistiche potrebbero indebolire la domanda.
Al contrario, un persistere delle tensioni geopolitiche, un ritorno dell’inflazione su livelli elevati o un incremento strutturale della domanda fisica (gioielleria, elettronica) rappresenterebbero fattori che sostenrebbero ulteriormente i prezzi dell’oro.
Conclusione
In sintesi, lo scenario fondamentale indica un equilibrio a favore di un ulteriore apprezzamento dell’oro nel prossimo anno, supportato da domanda istituzionale e limiti dell’offerta. Tuttavia, il percorso dei prezzi rimane soggetto a oscillazioni tecniche e a eventi macroeconomici, per cui una gestione attenta delle posizioni è consigliata.