In Germania non c’è deindustrializzazione ma la ritirata del manifatturiero preoccupa
- 7 Ottobre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Clemens Fuest, presidente dell’istituto Ifo, afferma che in Germania non si sta assistendo a una vera e propria deindustrializzazione, ma la contrazione del settore manifatturiero è motivo di preoccupazione.
Negli ultimi rapporti, l’Ifo e altri importanti istituti tedeschi hanno rivisto al rialzo le previsioni di crescita del paese, suggerendo un possibile superamento della recessione. Tuttavia, queste correzioni sono minime e per il 2025 la crescita stimata si avvicina molto allo zero, indicando una sostanziale stagnazione economica. Per il 2026 si prevede un aumento del PIL intorno all’1%, sostenuto principalmente da un incremento della spesa pubblica. Resta dunque incerto se si tratterà solo di un rimbalzo temporaneo, alimentato da politiche di indebitamento. Le vere questioni da affrontare riguardano la capacità di implementare riforme strutturali e di indirizzare le risorse verso investimenti produttivi, in grado di garantire una ripresa economica sostenibile. Al momento, però, queste innovazioni sembrano assenti, e pertanto l’ipotesi di una crescita duratura appare remota.
Nel settore manifatturiero si sta ancora riducendo la forza lavoro. Si può parlare di rischio deindustrializzazione?
Fuest risponde che non definirebbe il fenomeno una deindustrializzazione vera e propria, ma piuttosto una contrazione significativa del comparto manifatturiero. Questo è un segnale allarmante, considerando che tale settore è caratterizzato da elevata produttività e offre posti di lavoro di qualità. Contemporaneamente si osserva una crescita degli impieghi nel settore pubblico, sanitario e nell’assistenza agli anziani, trend influenzato anche dal cambiamento demografico, con un aumento della popolazione anziana che richiede maggiori servizi sanitari e sociali. Tuttavia, vi è anche una perdita di competitività legata a costi elevati, il declino del vantaggio tecnologico, rigidità burocratiche e inefficienze nella pianificazione industriale, fattori che rappresentano un motivo di seria preoccupazione per il futuro economico del paese.
Alcuni sostengono che una moderata deindustrializzazione potrebbe giovare a una Germania troppo dipendente dal settore manifatturiero. Lei cosa ne pensa?
Fuest si mostra scettico rispetto a questa visione. Nei paesi dell’OCSE si è osservato un generale spostamento verso il settore dei servizi, ma la domanda cruciale è se questi possono creare posti di lavoro a elevato valore aggiunto. Negli Stati Uniti, ad esempio, il settore digitale è cresciuto rapidamente ed è stato un motore dell’economia, basandosi su un vantaggio competitivo specifico. Per la Germania, il vantaggio comparato rimane quello manifatturiero, che rappresenta il suo principale asso competitivo. Non è detto che tutti i paesi debbano necessariamente evolversi nello stesso modo. Il settore industriale tedesco è storicamente più sviluppato rispetto ad altre realtà, conseguenza di un mercato ampio e competitivo. La domanda cruciale per Germania e Italia è cosa accadrà se settori chiave come l’automotive o la meccanica si riducono di dimensioni. Non è detto che sia un fenomeno negativo, a patto che vengano creati nuovi comparti che generano valore aggiunto, ma finora questo processo non si è concretizzato.
Molti partiti conservatori attribuiscono i problemi recenti soprattutto al Green Deal europeo. Cosa ne pensa?
Fuest riconosce che è lecito interrogarsi sull’efficacia del Green Deal, ritenendo però che la sua direzione non sia adeguata. Ammette che vi siano aspetti positivi e negativi, ma considera ingiusto imputare tutte le difficoltà a questa iniziativa. Secondo lui, la Commissione europea e alcuni governi nazionali, incluso quello tedesco, avevano alimentato aspettative troppo ottimistiche riguardo al fatto che la decarbonizzazione avrebbe innescato un vero e proprio boom economico. In realtà, questo si è rivelato un intento irrealistico sin dall’inizio. La transizione energetica comporta la sostituzione di un capitale produttivo, come le centrali a carbone, con un altro capitale equivalente, senza generare necessariamente nuovo valore o crescita aggiuntiva.
Il Green Deal presenta incoerenze e una burocrazia eccessiva, ma esistono problemi più ampi: la perdita di competitività nei confronti della Cina, il ritardo nelle tecnologie emergenti e un insufficiente investimento nei nuovi settori. La vera chiave per il futuro, secondo Fuest, non è solo la transizione ecologica, ma soprattutto la digitalizzazione, dove la Germania è rimasta indietro e ha mancato importanti opportunità di sviluppo economico.