La crypto non può permettersi di aspettare una regolamentazione perfetta

Nel mondo delle criptovalute si avverte un particolare senso di déjà vu. Termini come asset reali tokenizzati (RWA), fondi digitalizzati e tesorerie onchain sono concetti di cui si parla ormai da anni. Nel 2022, in un periodo in cui l’hype superava di gran lunga la reale adozione, un rapporto di Boston Consulting Group stimava che il valore totale degli asset tokenizzati potesse raggiungere i 16 mila miliardi di dollari entro il 2030. Oggi, nel 2025, la capitalizzazione di mercato si aggira intorno ai 50 miliardi di dollari.

Questa volta, però, la sensazione è leggermente diversa, e non solo per la presenza di colossi come BlackRock che lancia fondi di mercato monetario tokenizzati o per il ruolo del Circle con il suo USDC, diventato di fatto il sistema di regolamento per i titoli di Stato onchain. La novità sta nel fatto che la narrazione ha finalmente incontrato la realtà: imprese concrete, flussi di cassa reali e una conformità normativa effettiva.

Tuttavia, nonostante questo slancio, il settore si trova ancora a rischio di rallentamento a causa di un problema persistente: la ricerca di un quadro regolamentare ideale e troppo spesso idealizzato.

Il progresso richiede iterazione, non perfezione

Il futuro della finanza è digitale. Ogni classe di asset, dai titoli obbligazionari al settore immobiliare, sarà un giorno disponibile in forma tokenizzata e, quando succederà, dovrà offrire molto più di una semplice replica digitale. La digitalizzazione comporterà mercati più rapidi, meno costosi e maggiormente accessibili.

Tutto ciò però perde valore se le istituzioni non possono allocare capitali su larga scala. Le istituzioni sono per natura avverse all’incertezza. Il problema non è che le autorità di regolamentazione non abbiano agito, ma che l’approccio attuale dia priorità a una completezza teorica rispetto alla chiarezza pratica.

Concetti come quadri normativi universali, regole senza confini e armonizzazione globale suonano bene sulla carta, ma nella realtà hanno generato paralisi. Si dice spesso che la finanza tradizionale abbia un “regime globale”, ma ciò non è del tutto vero. Ad esempio, Basel III in Europa differisce dalle normative bancarie negli Stati Uniti. La frammentazione non è un problema esclusivo della crypto, bensì una caratteristica della finanza globale nel suo complesso. Attendere una soluzione unica e universale blocca inevitabilmente il progresso.

Questa realtà frammentata emerge chiaramente nei principali mercati. Negli Stati Uniti, le azioni tokenizzate sono definite come titoli finanziari. In Europa, la regolamentazione MiCA offre una cornice generale utile, sebbene mostri limiti soprattutto nelle aree della finanza decentralizzata (DeFi). Nel Singapore è consentito il trading di bond tokenizzati per gli investitori istituzionali, mentre la partecipazione al dettaglio rimane limitata.

Questi esempi non sono fallimenti regolatori, ma dimostrano che la regolamentazione è un processo dinamico e in evoluzione. La vera sfida non è l’ambiguità normativa, ma la mancanza di infrastrutture di mercato solide e di una domanda consistente, con sistemi disponibili ma poco utilizzati. I mercati possono sopravvivere a regole imperfette, ma non se gli operatori rimangono fermi ai margini.

Il costo dell’attesa

Le istituzioni non esitano perché ostili alla tecnologia blockchain, bensì perché nessuno vuole giustificare davanti a un consiglio di amministrazione o a un regolatore investimenti che potrebbero in retrospettiva risultare in violazione delle normative vigenti.

I costi di transizione per le banche sono elevati, poiché spesso richiedono la smantellazione e la ricostruzione di infrastrutture tecnologiche, rendendo difficile giustificare questi investimenti per un mercato ancora percepito come di nicchia. In alcune giurisdizioni, invece, è possibile impegnare capitali e servizi con un certo grado di sicurezza, mentre in altre anche piccole lacune nel sistema di licenze frenano gli operatori.

L’incertezza non rallenta solo l’adozione delle tecnologie digitali, ma aumenta anche i costi legali, costringe le aziende a separare intere divisioni di business e limita la liquidità transfrontaliera. Ogni paese diventa un terreno minato giuridico: un problema che va ben oltre la tecnologia e che affonda le sue radici in una carenza strutturale di chiarezza normativa.

La chiarezza sblocca il capitale, anche se imperfetta

In realtà, la cryptovaluta non ha bisogno di regolamentazioni globali perfette per prosperare. I mercati finanziari tradizionali operano da decenni sotto quadri normativi che sono tutt’altro che uniformi. Ciò che conta è un livello minimo di chiarezza e coerenza che consenta alle imprese di valutare e quantificare il rischio. Prendiamo ad esempio il sistema bancario parallelo – il cosiddetto “shadow banking” – che vale circa 60 mila miliardi di dollari: esiste affianco alla regolamentazione ufficiale, è complesso e imperfetto, ma funziona.

La questione non riguarda la deregolamentazione, ma la distinzione tra tutele necessarie e idealismi irraggiungibili. La prevenzione delle frodi e la protezione degli investitori sono fondamentali, tuttavia non richiedono un quadro globale perfetto.

Per i regolatori, la strada da seguire consiste nel dare priorità a una chiarezza progressiva e nel pubblicare norme anche se queste sono in divenire. Meglio un progresso concreto oggi che la perfezione rimandata a domani. Per gli istituti finanziari, il rischio maggiore è restare indietro. La tokenizzazione non attenderà certezze assolute: gli operatori più agili stanno già attuando strategie in giurisdizioni che offrono indicazioni operative efficaci. Per gli sviluppatori nel campo delle criptovalute, la sfida è smettere di attendere una legittimazione esterna e operare entro i contesti normativi disponibili oggi, spingendo allo stesso tempo per miglioramenti graduali.

La tokenizzazione affronta problemi concreti — a patto di permetterglielo

Il valore della tokenizzazione non è una semplice novità appannaggio degli addetti ai lavori della criptovaluta. Essa rappresenta una soluzione reale a problemi tangibili: tempi di regolamento degli scambi che si misurano in giorni anziché secondi, capitali bloccati nelle riconciliazioni e asset class rimasti vincolati a confini giurisdizionali.

Le stablecoin hanno tracciato un percorso da seguire: quando i regolatori offrono una chiarezza, anche se non completa, l’adozione si accelera rapidamente. Analogamente, i titoli tokenizzati potranno diffondersi, ma solo se si abbandonerà l’approccio binario che vede la regolamentazione come una scelta tra “perfetta” o “fallimentare”. Sebbene alcuni critici possano interpretare questo atteggiamento come un compromesso con la mediocrità, il progresso iterativo è la modalità con cui i sistemi finanziari maturano.

Dalla teoria alla pratica

Il mondo delle criptovalute è ormai oltre i meme speculativi: oggi riguarda aziende in positivo di cassa che muovono denaro reale su blockchain. Se mai c’è stato un momento per accogliere un progresso graduale, questo è sicuramente il presente. Le realtà disposte a operare in un contesto regolatorio chiaro, anche se in evoluzione, definiranno il prossimo capitolo della finanza.

Il progresso si misura in slancio, non in perfezione. Se l’industria sarà costretta ad aspettare ai margini che si costituiscano quadri normativi completi, la rivoluzione degli asset digitali resterà un concetto frustrantemente teorico.

Opinione di: Kevin de Patoul, cofondatore e CEO di Keyrock.

Questo articolo ha finalità informative generali e non costituisce in alcun modo consulenza legale o di investimento. Le opinioni espresse sono esclusivamente quelle dell’autore e non riflettono necessariamente le vedute di Cointelegraph.