L’attacco di Trump alla Fed potrebbe approfondire il ritardo politico e far scendere il dollaro (USD)

Una delle questioni più controverse nel secondo mandato del presidente Donald Trump riguarda le sue continue critiche al presidente della Federal Reserve (Fed), Jerome Powell, accusato di mantenere tassi d’interesse elevati che secondo Trump gravano inutilmente sull’economia statunitense.

Questa critica non si limita alle parole: l’ex presidente sta infatti cercando in modo aggressivo di minare il consiglio della Fed, mettendo a rischio un’istituzione storicamente autonoma dal potere politico. Paradossalmente, questa pressione rischia di ritorcersi contro, acuendo la percezione di una Fed “in ritardo” rispetto alle esigenze del mercato, condizione che potrebbe innescare una più profonda svalutazione del dollaro statunitense.

Il team di analisi finanziaria della Lloyds Bank, guidato da Nicholas Kennedy, ha evidenziato in una nota del 18 settembre:

“Le pressioni politiche rendono difficile per la Fed adottare una linea apertamente accomodante. Questo porta a una politica monetaria guidata dai dati – quindi in ritardo – anziché preventiva, una situazione negativa per il dollaro americano.”

L’attacco di Trump alla Fed

Giovedì scorso ha segnato un momento critico nella campagna portata avanti da Trump contro la banca centrale, con la sua amministrazione che ha compiuto un gesto senza precedenti: ha chiesto alla Corte Suprema degli Stati Uniti l’autorizzazione a procedere con il licenziamento forzato della governatrice della Fed, Lisa Cook. Un’azione senza precedenti dalla fondazione della Federal Reserve nel 1913.

La richiesta ha seguito un blocco temporaneo decretato dalla giudice distrettuale Jia Cobb, che ha sospeso l’epurazione della governatrice, nominata da Joe Biden, in attesa di ulteriori sviluppi giudiziari.

Secondo l’analisi della Lloyds Bank, questi attacchi alla Fed potrebbero intensificarsi ora che Powell si avvicina alla conclusione del suo mandato di presidente. Inoltre, Stephen Miran, nominato recentemente da Trump alla Fed, ha già invocato un taglio rapido dei tassi, chiedendo una riduzione di 50 punti base nell’ultima riunione tenutasi.

Una Fed “dietro la curva”

Al centro delle critiche di Trump c’è la volontà di una Fed più allineata alla sua visione economica, che richiede tassi ultra-bassi, attorno all’1%, nettamente inferiori rispetto al livello attuale del 4%.

Secondo Trump, i tassi correnti mantengono i mutui troppo costosi per molti americani, ostacolando il sogno della casa di proprietà e causando spese elevate per il rifinanziamento dei debiti. Egli ritiene che si tratti di un’occasione mancata in un’economia che definisce “fenomenale”. Numerosi economisti concordano sul fatto che i tassi siano ancora troppo alti, considerati i segnali di indebolimento del mercato del lavoro e la crescita dei consumi.

In tal modo, la Federal Reserve viene percepita come “dietro la curva”, termine tecnico che indica un rallentamento nel tagliare i tassi in risposta ai cambiamenti economici in corso.

Tuttavia, l’insistenza di Trump per tagli più rapidi rischia di aggravare questa situazione, facendo sì che la Fed rimanga ancora più indietro rispetto alla curva.

La difficile posizione della Fed

Detenere il controllo della banca centrale più influente al mondo, responsabile non solo della più grande economia globale ma anche del destino della valuta di riserva internazionale, il dollaro, implica dover affrontare pressioni politiche estremamente forti. Immaginate la sfida di tagliare i tassi rapidamente scegliendo al contempo di non sembrare succubi del potere politico.

Questa situazione pone i decisori politici in un classico dilemma: sono criticati sia se riducono i tassi troppo presto, sia se aspettano troppo a lungo, rischiando di peggiorare un rallentamento economico.

Diversamente dai normali policymaker che reagiscono con calma e gradualità ai dati economici, Powell e i suoi colleghi si trovano ora sotto un’intensa pressione politica e sotto la costante osservazione della Casa Bianca. Questo scenario potrebbe generare una resistenza riflessiva: per evitare di essere accusata di cedere alle pressioni, la Fed potrebbe optare per un atteggiamento ancora più cauto, posticipando gli interventi e mantenendo i tassi elevati.

Paradossalmente, questo atteggiamento può peggiorare la situazione, allontanando la politica monetaria dalle reali condizioni economiche, paragonabile a un paziente che rifiuta cure lievi solo per necessitare in seguito di dosi più pesanti.

Le riduzioni di tasso più consistenti, una volta avviate, potrebbero essere percepite dal mercato come segno di una situazione di panico, creando maggiore volatilità nei mercati finanziari, compreso il settore delle criptovalute.

Il dollaro e le conseguenze globali

Questa condizione di “dilemma” può influenzare negativamente il dollaro statunitense, favorendo asset espressi in dollari come l’oro e il bitcoin.

L’indice del dollaro, che misura il valore della valuta americana rispetto alle principali valute estere, ha registrato un calo di quasi il 10% quest’anno, attestandosi a 97,64 punti. Nel frattempo, il prezzo del bitcoin è aumentato del 24%, raggiungendo quota 115.600 dollari.