La partita Mps: Generali in palio. In gioco risparmio e titoli di Stato

(di Fabio Tamburini per Il Sole 24 Ore) L’assemblea di Banca Intesa Sanpaolo ha approvato l’aumento di capitale per l’operazione Monte dei Paschi di Siena con una maggioranza bulgara, quasi il 97 per cento. L’alleato Carlo Cimbri, presidente di Unipol, è intervenuto chiarendo i punti fondamentali del suo piano per Mps, che prevede di farne il capofila del secondo gruppo bancario made in Italy portando la banca senese ad aumentare fino a tre volte la dimensione attuale. L’amministratore delegato di Monte Paschi, Luigi Lovaglio, sta promuovendo su tutti i fronti, italiano e internazionale, soprattutto francese, il progetto alternativo che ha come cardine le due offerte su Banca Popolare di Milano e Banca Generali. In più, proprio ieri, in un lungo comunicato ha sottolineato che l’eventuale perfezionamento dell’offerta di Intesa non fa decadere le due Offerte pubbliche di scambio (Ops) annunciate da Mps (vedere articolo a fianco). Lo scontro è totale, a tutto campo. E la posta in gioco vera è il controllo delle Generali, da sempre regina della Borsa italiana. Per questo, in attesa che i conti vengano regolati nell’autunno caldo in arrivo, è opportuno mettere alcuni punti fermi.

Siena caput mundi

Cimbri (Unipol), proprio in una intervista al Sole 24 Ore, ha detto con assoluta chiarezza che il secondo polo bancario italiano avrà sede a Siena, valorizzando il marchio Mps, banca di grandi tradizioni. Poi ha aggiunto che i legami con il territorio rimarranno, anzi verranno rafforzati, a partire dal mantenimento del marchio. «Non sono promesse da marinaio», ha sottolineato nella stessa intervista. Quindi Mps non verrà smembrata ma aumenterà fino a tre volte per dimensione e capacità operativa come capofila di un progetto industriale più ampio e all’interno di una infrastruttura bancaria più articolata.

Chi ci guadagna e chi no

Qui i numeri parlano chiaro, perché l’aritmetica è meno indulgente della narrativa. Intesa offre ai soci Mps 1,6 proprie azioni e un euro di cash per ogni titolo del Monte. Il piano Lovaglio prevede la distribuzione agli azionisti di Mps del 4,5 per cento circa delle Generali, portando la quota residua in portafoglio della banca senese all’8,8 per cento. L’effetto però è clamoroso: il sacrificio del pacchetto più significativo delle Generali in quanto Mps-Mediobanca cesserebbe di esserne il primo azionista, demolendo una delle architetture più longeve della finanza italiana. In sintesi: il prezzo pagato da Lovaglio per finanziare la sua difesa trasforma in moneta transazionale un patrimonio che ha anche carattere istituzionale accumulato attraverso generazioni facendo venire meno il più importante azionista italiano stabile, cardine dell’indipendenza della maggiore compagnia assicurativa italiana.

La variabile Ivass

Proprio l’Ivass aveva autorizzato Mps ad acquisire indirettamente attraverso Mediobanca una partecipazione qualificata, appunto poco più del 13 per cento. Ora, se la quota dovesse scendere all’8,8 per cento circa, il quadro cambia significativamente perché soltanto pochi mesi dopo il via libera viene perseguita una scelta strategica che incide sul futuro delle Generali. Ecco perché ciò potrà richiedere una nuova valutazione da parte dell’Ivass perché al regolatore (come pure al governo) spetta monitorare e assicurare la stabilità degli assetti di governance.

Chi comanderà in Generali

Lovaglio paga un prezzo: per salvarsi utilizza come moneta di scambio Generali. Così l’incognita vera diventa il futuro della compagnia, uno degli ancoraggi tradizionali del Paese Italia. Di sicuro vengono create le condizioni per un cambiamento di governance totale, viene meno la stabilità della governance di un asset strategico sia per la raccolta del risparmio (quasi mille miliardi totale del gruppo, di cui 150 miliardi di risparmi degli italiani, sottolineano in Generali) sia per la sottoscrizione dei titoli di Stato italiani (33 miliardi). Il risultato è che si apre la porta anche alla tentazione di scalate da parte di capitale estero. E non è un mistero per nessuno che in Francia da tempo il dossier Generali è uno dei più studiati. Intesa invece ha posto il tema Generali in termini differenti, come ha ribadito più volte l’amministratore delegato Carlo Messina. La partecipazione viene considerata di carattere finanziario: l’interesse è verso i ricchi dividendi, senza interferenze gestionali. L’impegno è a rafforzare stabilità e indipendenza, garantita da pluralità di azionisti forti, contrappesi per autonomia, solidità e stabilità. A partire, si potrebbe aggiungere, dalla contemporanea presenza nel capitale di Unicredit.

Fondi e proxi in campo

Significativo è il numero di quelli che hanno già manifestato le loro intenzioni. Tra i proxi due dei maggiori, Iss e Lewis, hanno già raccomandato il sì a Intesa Sanpaolo, determinando l’esito del voto. Anche il fondo norvegese Norges si è pronunciato pubblicamente e, nell’assemblea di Intesa che ha approvato il piano di Messina, hanno votato a favore altri grandi fondi, tra cui spiccano Blackrock e Vanguard. Va ricordato, in particolare, che gli investitori istituzionali votanti nella stessa assemblea hanno rappresentato il 70 per cento del totale.

Il sistema Paese

Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, si è espresso chiaramente. Prima in giugno, giudicando positivo il piano di Messina, e successivamente nei giorni scorsi commentando l’assemblea di Intesa. L’operazione con Unipol rafforza la solidità delle banche, la capacità di finanziare imprese, innovazione e sviluppo e di preservare il risparmio. «Io sono per l’Italia», ha detto Orsini. Ma il passaggio più rilevante ha riguardato le Generali che, ha ricordato, necessitano stabilità nell’azionariato perché custodiscono centinaia di miliardi di risparmio degli italiani. E la domanda è, ha aggiunto, dove si vuole che tale ricchezza venga gestita? In Italia o altrove? Serve conservare nel Paese centri decisionali, capitali e infrastrutture finanziarie sufficientemente forti da competere con quelle francesi, tedesche e spagnole.

Posizioni analoghe sono state espresse da Coldiretti. Sia dal direttore generale Vincenzo Gesmundo, sia dal presidente Ettore Prandini. Gesmundo, in particolare, è ricorso a un’immagine efficace, quella dei due treni. Uno costruito intorno a Lovaglio, Banco Bpm, Crédit Agricole, l’altro intorno a Mps, Bper, Intesa Sanpaolo. E ha indicato, senza ambiguità, l’opportunità di schierarsi a favore del secondo richiamando l’articolo 47 della Costituzione sulla tutela del risparmio e legando la scelta alla necessità di avere istituzioni finanziarie solide capaci di sostenere imprese, investimenti e occupazione.

Il ruolo del governo

Ecco perché l’attenzione è rivolta anche al governo. Il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, ha detto con chiarezza che «la parola va lasciata al mercato», scegliendo la neutralità. Ma neutralità non significa rinunciare alle proprie responsabilità. E il governo, nel caso risulti necessario, ha una carta risolutiva da giocare: il golden power (lo strumento normativo che consente al governo di bloccare o imporre condizioni speciali su operazioni finanziarie e societarie che riguardano settori strategici per l’interesse e la sicurezza nazionale). Non per stabilire quale management meriti di vincere, bensì per favorire la configurazione che rende più forte l’Italia per quanto riguarda capitale, tecnologia, centri decisionali, credito alle imprese, stabilità delle aziende, indipendenza delle Generali, capacità di competere in Europa, controllo del risparmio degli italiani (punto di forza vero del Paese). Quindi non per difendere il campanile ma per proteggere il sistema Italia nel suo complesso, per non perdere le chiavi della cassaforte.