Ocse: la fiammata dell’inflazione azzanna i salari reali, calo dello 0,9% in Italia nel 2026
- 7 Luglio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
La recente impennata dei prezzi dell’energia ha alimentato una nuova ondata inflazionistica che ha eroso il potere d’acquisto dei salari: le previsioni indicano per Italia una diminuzione dei salari reali dello 0,9% nel 2026 e un modesto incremento dello 0,2% nel 2027, in un contesto caratterizzato da rinnovi contrattuali limitati e da un rallentamento del mercato del lavoro.
Secondo le stime contenute nell’Employment Outlook dell’Ocse, l’inflazione in Italia dovrebbe attestarsi intorno al 3% nel 2026 e al 2,2% nel 2027, mentre i salari nominali sono previsi in aumento di circa il 2,2% e il 2,4% nei due anni rispettivamente.
Nel primo trimestre del 2026 i salari reali dei lavoratori italiani sono cresciuti dell’1,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un andamento che riflette soprattutto il basso tasso di inflazione registrato in quel periodo. A livello dell’Ocse la crescita media è stata più alta, pari all’1,7%.
Nonostante il recupero recente, i livelli salariali reali restano inferiori rispetto al periodo pre-pandemia: il divario rispetto al primo trimestre del 2021 è ancora di circa il 6,1%, il più ampio tra le principali economie dell’Ocse.
Andrea Garnero ha spiegato:
“L’inflazione in Italia è su livelli simili a quelli di altri Paesi: il problema è che i salari nominali da noi partono da un livello più basso, quindi quando l’inflazione cresce i salari perdono immediatamente potere d’acquisto. Anche con i miglioramenti dovuti ai rinnovi contrattuali, i salari reali restano sotto i livelli del 2021: il gap, che si è ridotto rispetto ai picchi di 7-8 punti, rimane il più elevato tra i Paesi dell’Ocse e corrisponde all’incirca a 20 giorni di lavoro non retribuiti rispetto al 2021, a parità di potere d’acquisto.”
Mercato del lavoro e disoccupazione
Un dato rilevante riguarda il tasso di disoccupazione, sceso al 5% a maggio 2026, un livello storicamente basso e sostanzialmente in linea con la media dell’Ocse (4,9%). Nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione in Italia è calato di 1,5 punti percentuali, un’andamento in controtendenza rispetto a due terzi dei Paesi dell’Ocse, dove la disoccupazione è aumentata.
Italia figura tra il ristretto insieme dei Paesi dell’Europa meridionale — insieme a Grecia, Portogallo e Spagna — in cui la disoccupazione ha continuato a diminuire, evidenziando una resilienza del mercato del lavoro non sempre accompagnata da una piena ripresa dei redditi reali.
Implicazioni economiche e politiche
La combinazione di inflazione più alta e ampliamento solo parziale dei salari nominali crea pressioni sulle scelte di politica economica. Per il governo e per le parti sociali questo scenario mette al centro la necessità di politiche salariali più mirate e di interventi sul costo dell’energia per preservare il reddito disponibile delle famiglie.
Dal punto di vista macroeconomico, la stagnazione dei salari reali rischia di frenare i consumi privati e quindi la crescita del Pil, mentre i mercati finanziari seguiranno con attenzione l’evoluzione dell’inflazione e delle aspettative salariali per valutare l’orientamento futuro della Banca Centrale Europea e l’impatto sui rendimenti dei titoli di Stato.
Per le imprese e gli investitori è importante monitorare il calendario dei rinnovi contrattuali e l’eventuale ripresa salariale: una dinamica salariale più sostenuta potrebbe ridurre i margini aziendali nel breve termine, ma allo stesso tempo sostenere la domanda interna e migliorare le prospettive di lungo periodo per settori orientati al mercato domestico.
Prospettive per i redditi e le famiglie
Nel breve periodo le famiglie italiane rimangono esposte a rischi sulla capacità di spesa: la perdita di potere d’acquisto comporta una riduzione dei consumi discrezionali e una maggiore attenzione ai prezzi energetici e ai beni essenziali. Sul versante delle politiche pubbliche, misure mirate di sostegno temporaneo ai redditi o interventi strutturali sul mercato dell’energia potrebbero attenuare l’impatto più severo sulle fasce più vulnerabili.
In sintesi
- La compressione dei salari reali riduce la capacità di spesa delle famiglie e può frenare la crescita economica, con effetti negativi sul Pil interno se non accompagnata da politiche di sostegno mirate.
- Per gli investitori, la moderata ripresa dei salari nominali e il livello ancora elevato dell’inflazione implicano incertezza sui rendimenti reali e sulla traiettoria dei tassi di interesse, fattori da incorporare nelle strategie di portafoglio.
- Le imprese orientate al mercato domestico potrebbero subire una compressione dei margini nel breve termine; tuttavia, un consolidamento delle retribuzioni reali nel medio periodo favorirebbe la domanda interna e opportunità di crescita.