Venture capital, Usa ed Europa: approcci diversi ma performance simili

Il modello dominante è quello del venture capital negli Stati Uniti, una realtà il cui mercato supera di circa cinque volte quello europeo in termini di dimensione e liquidità. Le origini dello schema finanziario americano risalgono al 1946 e, a partire dagli anni ’70, la pratica è stata progressivamente recepita anche in Europa. A introdurre queste considerazioni è Massimo Colombo, professore ordinario di Innovation Economics, Entrepreneurship ed Entrepreneurial Finance presso la Polimi School of Management, coautore insieme a diverse business school europee dello studio Practices of European and American Venture Capitalists: homogeneity and heterogeneity at work.

Lo studio mira a mettere a fuoco le divergenze tra i due ecosistemi di finanziamento e a capire in che modo i diversi contesti istituzionali modellino le scelte dei capitali di rischio. La ricerca si basa su un sondaggio che ha coinvolto 611 manager di 396 società, rappresentative del 55% della capitalizzazione di mercato campionata e con circa 130 miliardi di euro in gestione.

Differenze e specificità dei due modelli

I risultati indicano che non esiste un vantaggio di performance netto a favore del modello statunitense: le metriche di rendimento appaiono molto simili tra i due contesti, mentre le differenze più rilevanti riguardano i criteri e i processi decisionali con cui vengono selezionati gli investimenti.

Lo studio ha sottolineato:

“Le metriche di performance sono quasi identiche, si punta a rendimenti simili, si affrontano gli stessi tassi di fallimento e si raggiungono risultati di alto livello equivalenti. La differenza sta nel modo in cui vengono prese le decisioni di investimento, si scelgono le operazioni e si valuta il rischio, determinando chi ottiene finanziamenti e chi no.”

Una delle osservazioni più nette riguarda il flusso di operazioni: i venture capital europei tendono a eseguire meno operazioni perché interpretano le opportunità prevalentemente alla luce delle condizioni di mercato presenti, mentre gli operatori statunitensi impiegano con maggiore frequenza modelli finanziari predittivi per stimare la scalabilità e il potenziale di crescita dei progetti.

Entrambi i sistemi riconoscono un ruolo cruciale al team nel determinare il successo (il 96% del campione identifica il team come fattore chiave) e nel contribuire al fallimento (92%). Tuttavia emergono differenze nella valutazione di altri elementi fondamentali: i gestori europei attribuiscono meno peso al modello di business e all’adeguatezza strategica (circa il 43%) rispetto ai colleghi statunitensi, per i quali la bontà del modello e il product-market fit contano rispettivamente per il 74% e il 68% degli intervistati.

Lo studio ha proseguito:

“In Europa si dà priorità a qualità individuali quali passione, determinazione e impegno. Negli Stati Uniti l’attenzione è rivolta alla coesione del team, alla struttura organizzativa e alle dinamiche interpersonali.”

Queste differenze non sono soltanto accademiche: riflettono approcci distinti alla gestione del rischio e alla previsione della crescita, con impatti concreti sulla capacità delle startup di trasformarsi in scale-up. I modelli predittivi favoriscono un atteggiamento più orientato alla crescita esponenziale, mentre le valutazioni basate sui fattori correnti tendono a privilegiare la mitigazione del rischio a breve termine.

Per i contesti nazionali come quello italiano, le implicazioni sono rilevanti. Rafforzare le competenze sui modelli finanziari predittivi, migliorare la disponibilità di dati standardizzati e favorire strumenti pubblici e privati dedicati alla fase di scale-up possono aumentare il numero di operazioni e la qualità delle selezioni. Allo stesso tempo, è necessario preservare l’attenzione sulle caratteristiche qualitative del team, componente che resta centrale in tutti i sistemi.

Dal punto di vista delle politiche pubbliche e degli investitori istituzionali, le leve utili includono incentivi fiscali per investimenti in round early-stage, programmi di formazione che avvicinino i manager europei all’uso di tecniche predittive e iniziative volte ad aumentare la liquidità del mercato delle startup. Questi interventi possono favorire una maggiore omogeneità nelle pratiche di investimento senza cancellare le specificità locali che contribuiscono alla diversità dell’ecosistema imprenditoriale europeo.

In sintesi

  • Una convergenza nelle performance tra venture capital europeo e statunitense suggerisce che il gap percepito deriva più dai processi decisionali che dai risultati effettivi; per gli investitori italiani questo apre spazio a strategie più aggressive basate su modelli predittivi.
  • La minore propensione europea a impiegare strumenti predittivi limita il flusso di operazioni; potenziare competenze analitiche e accesso ai dati può aumentare le opportunità di investimento e la probabilità di creare scale-up competitive a livello globale.
  • Per il sistema-paese, promuovere meccanismi di supporto alla fase di crescita delle imprese (fondi di co-investimento, incentivi fiscali, programmi di mentoring) può migliorare la capacità del capitale nazionale di trattenere e valorizzare le migliori startup.


Author: Tony
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