Il cortocircuito dell’invecchiamento: anche colf e badanti diventano anziani, nel 2029 serviranno 2,2 milioni

Le tendenze demografiche italiane non sono l’unico fattore a preoccuparci: la speranza di vita, oggi attorno a 83,7 anni, e le previsioni che la vedono salire fino a 84,3 anni per gli uomini e a 87,8 anni per le donne nel 2050 convivono con una contrazione della popolazione attiva, che dovrebbe scendere dall’attuale 63,5% al 54,3% nel 2050. A queste dinamiche si aggiunge un allarme specifico sull’invecchiamento della categoria dei lavoratori domestici.

Secondo una nuova stima, per coprire il fabbisogno familiare di cura e assistenza nel 2029 in Italia saranno necessari almeno 2.211.000 lavoratori domestici (colf e badanti), di cui circa il 69% stranieri e in larga parte non comunitari. È il risultato di un paper commissionato da Assindatcolf al Centro Studi e Ricerche IDOS, inserito nel Rapporto 2026 Family (Net) Work e presentato a Roma.

Invecchiamento tra la popolazione straniera

Lo studio evidenzia che la quota di over 65 sulla popolazione straniera è quasi triplicata dal 2012, arrivando nel 2026 al 6,9%. Il valore sarebbe ancora più elevato se si tenesse conto delle oltre duecentomila persone straniere che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Ancora più preoccupante è la dinamica all’interno del lavoro domestico: il progressivo invecchiamento tra chi svolge attività di cura è più marcato rispetto alla popolazione generale.

Nel 2024 oltre l’11% delle ore di lavoro nel settore della cura e dell’assistenza è stato svolto da lavoratori stranieri con più di 65 anni, segnalando un mercato caratterizzato da scarso ricambio generazionale e da una crescente dipendenza da lavoratori anziani, spesso costretti a proseguire per necessità economiche e per la scarsa tutela contrattuale nel comparto.

Trend più accelerato tra le donne

Il fenomeno è particolarmente accentuato tra le lavoratrici: le badanti donne oltre i 65 anni sono passate dal 4,3% del 2015 al 16% nel 2024. È prevedibile che molte di queste dovranno abbandonare l’attività nei prossimi anni, non tanto per il raggiungimento dell’età pensionabile quanto per limiti fisici legati al lavoro.

Il rapporto stima che, per colmare il vuoto generazionale, l’81,6% dei circa 122.000 lavoratori aggiuntivi necessari nel prossimo triennio dovrà essere rappresentato da stranieri, tre quarti dei quali non comunitari.

Programmazione dei flussi

Alessandro Lupi, vicepresidente di Assindatcolf, ha osservato:

“Il dato dei circa 24mila lavoratori non comunitari indica con chiarezza il fabbisogno familiare atteso per il 2029. Auspichiamo che questa quota possa trovare spazio nella futura programmazione dei flussi, oggi ferma al 2028. In assenza di una prosecuzione, il rischio è l’implosione del sistema dell’assistenza familiare, pilastro del welfare pubblico, con famiglie sempre più anziane che non trovano una manodopera disponibile, anch’essa in forte invecchiamento.”

La “programmazione dei flussi” in Italia è lo strumento con cui lo Stato regola l’ingresso di lavoratori non comunitari per motivi occupazionali; la sua adeguatezza diventa cruciale quando settori come la cura familiare fanno ampio uso di manodopera migrante. Una sospensione o un arresto delle autorizzazioni può tradursi in un aumento dell’irregolarità, nella crescita dei costi per le famiglie e in un ulteriore ricorso al lavoro nero.

Revisione dei meccanismi di ingresso e tutela

Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, ha affermato:

“In un comparto di vitale importanza per il welfare nazionale, massicciamente dipendente dalla manodopera straniera soprattutto femminile, sarebbe auspicabile che, una volta allineate le quote dall’estero al fabbisogno effettivo, segua una seria revisione dei meccanismi di ingresso e di assunzione, per combattere abusi, sfruttamento, irregolarità ed evasione che da decenni affliggono il settore.”

La proposta richiama la necessità di interventi coordinati: canali di ingresso più chiari e prevedibili, strumenti di emersione e regolarizzazione, incentivi alla contrattualizzazione, formazione professionale per gli assistenti familiari e rafforzamento dei controlli ispettivi. Dal punto di vista istituzionale ciò implica un coordinamento tra ministero dell’Interno, ministero del Lavoro, enti locali e parti sociali.

Sul fronte economico, la transizione verso un mercato del lavoro domestico più formalizzato potrebbe incrementare le entrate contributive e fiscali ma al contempo aumentare la spesa familiare per la cura: un possibile effetto è la crescita della domanda per servizi professionali, agenzie di assistenza e soluzioni tecnologiche per la domiciliarità, aprendo spazi per investimenti privati e servizi finanziari mirati.

Nel complesso, la combinazione di invecchiamento della popolazione generale e dell’offerta di lavoro domestico rende urgente una strategia pubblica che coniughi programmazione dei flussi, tutele del lavoro e incentivi alla professionalizzazione del settore.

In sintesi

  • La crescente età media dei lavoratori domestici potrebbe spingere verso una maggiore formalizzazione del mercato, con effetti positivi sui contributi ma maggiori costi a carico delle famiglie; ciò crea opportunità per servizi di assistenza organizzati e per investimenti in imprese del comparto.
  • Una programmazione stabile dei flussi migratori ridurrebbe l’incertezza delle famiglie e il ricorso al lavoro irregolare, aumentando la previsione dei ricavi fiscali e permettendo piani di lungo periodo per formazione e integrazione professionale.
  • Operatori finanziari e investitori potrebbero considerare nuovi prodotti finanziari e linee di credito rivolte a strutture di assistenza domiciliare e a startup tecnologiche per l’home care, rispondendo a una domanda crescente e più regolamentata.
  • Dal punto di vista macroeconomico, politiche mirate per il settore della cura possono attenuare la pressione sui servizi sanitari e sulle famiglie, ma richiedono coordinamento istituzionale e investimenti pubblici per garantire sostenibilità sociale ed economica.


Author: Tony
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