Corsa contro il tempo per i chip in Europa

Tre nuovi impianti in costruzione in Europa contro quindici nel resto del mondo: questi numeri suggeriscono che l’obiettivo della Commissione Europea di raggiungere il 20% della produzione mondiale di microprocessori entro il 2030 appare difficilmente realizzabile. Un’analisi condotta da Porsche Consulting mette in luce come sia preferibile concentrare gli sforzi sul miglioramento dell’efficienza produttiva e sull’accelerazione del time to market, anche attraverso l’adozione estesa di strumenti di intelligenza artificiale.

Le dimensioni degli investimenti

Il documento mette a confronto i pacchetti di sostegno pubblico su scala globale: i fondi cinesi destinati al settore ammontano a quasi 150 miliardi di dollari, mentre il budget dell’Unione Europea si attesta attorno ai 46 miliardi, cifra superata anche da nazioni come la Corea del Sud. Questa differenza di scala finanziaria si riflette nelle prospettive di crescita della quota di mercato europea nella produzione di chip.

Secondo le stime citate nel rapporto, la percentuale europea di produzione nel 2022 era leggermente sotto il 10%. Le proiezioni per il 2030 indicano un possibile aumento fino a circa il 12%-13%, lasciando quindi un gap significativo rispetto al target ufficiale del 20%.

Il rapporto osserva:

“Il target del 20% appare disconnesso dalla realtà, secondo valutazioni indipendenti di audit del settore.”

Ostacoli strutturali e costi

Tra i fattori che penalizzano la competitività industriale europea il documento evidenzia i costi energetici elevati, che possono essere due o tre volte superiori rispetto ad altre aree geografiche, comprimendo la capacità di attrarre nuovi investimenti produttivi sul continente.

In aggiunta ai costi diretti, vanno considerati i tempi molto lunghi necessari per portare a regime un nuovo stabilimento: questo implica che le decisioni di investimento richiedono visioni strategiche di lungo periodo e politiche pubbliche coerenti.

Esempi pratici: il caso del consorzio europeo

Un esempio concreto è il consorzio ESMC in Germania, nato con la partecipazione di TSMC, Bosch, Infineon e NXP. La joint venture è partita nel 2023, ma la piena produttività richiederà anni: produzioni limitate di wafer sono previste a partire dal 2027 (circa 40.000 al mese) e una graduale scalata fino a quasi 500.000 unità mensili nel 2029.

Questi ritmi mostrano come la creazione di capacità produttiva locale sia un processo lento e dispendioso, che richiede non solo capitale ma anche competenze, forniture e una catena di fornitura robusta.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

Per ridurre costi e tempi di sviluppo, il paper raccomanda un forte investimento in digitalizzazione e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di virtualizzare parte delle attività di ricerca e sviluppo e rendere più efficiente l’intero ciclo produttivo.

Giovanni Notarnicola ha spiegato:

“Data la vasta diffusione dell’elettronica, l’autosufficienza totale è impraticabile: nessuna area potrà essere completamente disaccoppiata. Tuttavia, in Europa esistono barriere evitabili, come il costo dell’energia, che riducono la competitività e ostacolano l’attrazione di nuovi investimenti.”

Nel documento viene quantificato l’impatto potenziale dell’adozione di tecnologie avanzate: per singolo prodotto si ipotizza una riduzione dei costi fino a 50 milioni di dollari e un’accelerazione dello sviluppo pari a circa un anno, risultati che migliorerebbero significativamente la marginalità e il time to market.

Strategie alternative

Alla luce delle limitazioni finanziarie e temporali, gli autori suggeriscono di affiancare alla costruzione di nuove fabbriche una strategia mirata di rilancio della produttività degli impianti esistenti, politiche energetiche competitive e incentivi orientati all’innovazione digitale.

Questo approccio combinato può accelerare i ritorni sugli investimenti e aumentare la resilienza della filiera europea, pur riconoscendo che la piena sovranità tecnologica rimane un obiettivo ambizioso e di lungo periodo.

Implicazioni per l’Italia

L’Italia, inserita in un contesto industriale europeo più ampio, può trarre beneficio da politiche nazionali che riducano i costi energetici per l’industria, incentivino la modernizzazione degli impianti e promuovano investimenti in competenze digitali e in ricerca applicata.

Un pacchetto coordinato di incentivi pubblici e iniziative private potrebbe aumentare la capacità delle aziende italiane di partecipare alle catene globali del valore, puntando non solo alla produzione di wafer ma anche a segmenti a più alto valore aggiunto come design, testing e packaging.

Conclusione

Il traguardo del 20% rimane teoricamente auspicabile, ma realisticamente distante senza cambiamenti strutturali e maggiori risorse. Per massimizzare l’impatto degli investimenti disponibili, l’Europa dovrebbe bilanciare la creazione di nuove capacità con l’ottimizzazione dell’esistente e con una spinta decisa verso l’adozione di tecnologie digitali avanzate.

In sintesi

  • Un aumento mirato degli investimenti in intelligenza artificiale e digitalizzazione può migliorare la produttività degli impianti italiani ed europei senza attendere anni per nuovi siti produttivi.
  • Ridurre i costi energetici e semplificare le regole di mercato è cruciale per rendere l’Europa più attrattiva: politiche nazionali efficaci possono spostare la leva competitiva a favore delle imprese italiane.
  • Per gli investitori, puntare su segmenti ad alto valore aggiunto della filiera (design, test, packaging) potrebbe offrire rendimenti più rapidi rispetto alla costruzione di nuove fabbriche di wafer.