Aerei in tilt: 40mila voli cancellati e stangata sul jet fuel

L’operazione «Epic Fury» ha scosso il settore del trasporto aereo, provocando un crollo dei titoli azionari delle compagnie e una parziale paralisi dei collegamenti nella regione. Nonostante alcuni vettori del Golfo abbiano ripreso a operare con voli molto ridotti — ad esempio circa 159 da Dubai, 29 da Abu Dhabi, 51 da Muscat e 10 da Doha rispetto ai mille voli giornalieri prima del 28 febbraio — lo spazio aereo dell’area resta in larga parte chiuso.

Rimangono aperti gli scali di Oman e di Arabia Saudita, che sono diventati i principali punti di rimpatrio organizzati dai governi, essendo Riyad e Muscat gli scali più prossimi alle aree di crisi. L’interruzione prolungata ha causato la cancellazione di circa 40.000 voli a partire dal 28 febbraio, rappresentando il più grave sconvolgimento del trasporto aereo dall’epoca della pandemia.

Effetti immediati sul traffico e sulle compagnie

L’incertezza crescente ha alimentato preoccupazioni tra gli operatori: oltre alla perdita di ricavi diretti legati alle cancellazioni, le compagnie devono valutare ricadute su rotte programmate, capacità cargo e piani di lungo periodo. Le quotazioni azionarie del settore hanno subito cali significativi dal 28 febbraio: tra gli esempi, easyJet -14%, Air France-KLM -20%, Ryanair -7%, Lufthansa -15%, Wizz Air -30%, IAG -16% e Delta Air Lines -10%.

I danni economici si estendono oltre il bilancio immediato: la sospensione dei voli verso e attraverso il Medio Oriente incide sulle connessioni a lungo raggio, sulle partnership commerciali e sulle entrate derivanti da attività non strettamente aeronautiche, come il handling e i servizi aeroportuali.

Impulso al prezzo del carburante

L’aumento del prezzo del petrolio ha avuto un effetto diretto sui costi operativi: il Brent si è stabilizzato intorno ai 100 dollari al barile e il prodotto specifico per l’aviazione, il jet fuel, ha registrato incrementi ancora più marcati, a causa di tensioni sulla raffinazione.

Alex Irving ha spiegato:

“È aumentato in modo considerevole, poiché il ‘crack’ della raffinazione è salito da 25 a 100 dollari al barile, raddoppiando sostanzialmente il prezzo spot del carburante per aerei. Tuttavia, le curve future suggeriscono un allentamento dei prezzi entro la fine dell’estate.”

Il differenziale tra il prezzo spot del greggio e quello del jet fuel (noto come crack to jet) è diventato uno degli indicatori più osservati dagli analisti e influisce sulle previsioni di costo per il settore. Le curve dei prezzi futures sono utilizzate frequentemente nelle strategie di copertura per pianificare l’impatto sui bilanci.

Strategie di copertura (hedging) e differenze tra vettori

Le compagnie europee tendono a proteggersi dal rischio di oscillazioni del prezzo del carburante attraverso contratti di hedging, a differenza di molte compagnie americane che negli ultimi due decenni hanno preferito non coprirsi per trasferire l’eventuale volatilità sul prezzo dei biglietti.

Tra i vettori che hanno anticipato la crisi, Ryanair ha rinnovato i contratti di copertura prima dello scoppio del conflitto, assicurando circa l’80% del suo fabbisogno di carburante fino al 2027. Anche Lufthansa figura tra le compagnie con elevati livelli di copertura, intorno al 77% per i prossimi 24 mesi. Il peso del carburante sul totale dei costi è rilevante: circa il 35% per le low cost e il 20% per i vettori legacy.

Questa differenziazione nelle politiche di hedging determina quali compagnie siano più protette dagli shock energetici e quali invece più esposte, con riflessi su tariffazione, liquidità e piani di capacity durante la stagione turistica.

Esposizione del network e rischi geografici

L’esposizione delle reti di rotte verso il Medio Oriente e l’Asia è un altro fattore chiave per valutare l’impatto della crisi. Il vettore più esposto tra quelli europei è Wizz Air, che ha concentrato circa l’8% del suo network su paesi come Israele, Giordania, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Proprio per questa esposizione Wizz Air ha annunciato una revisione al ribasso degli utili 2026 stimata in 50 milioni di euro.

Altre compagnie europee mostrano esposizioni minori: Lufthansa circa il 3,5% del traffico verso la regione, IAG il 3% e Air France-KLM il 2,2%. Ryanair ha una presenza limitata, attorno allo 0,6%, con voli su Amman che per il momento non risultano cancellati, mentre easyJet non ha esposizione significativa verso quest’area.

La diversa distribuzione del network influisce sulla capacità di reindirizzare flussi passeggeri, trovare aeroporti alternativi e minimizzare perdite operative. Le compagnie con forte concentrazione sul Medio Oriente e sull’Asia affrontano rischi più elevati sia per la perdita di ricavi che per i costi addizionali di riprogrammazione e di assistenza ai passeggeri.

Prospettive, impatto regolamentare e misure a breve termine

Oltre alle scelte commerciali e finanziarie delle singole compagnie, il quadro complessivo dipenderà da decisioni politiche e regolatorie: l’apertura degli spazi aerei, eventuali restrizioni su specifiche rotte, e interventi sui mercati energetici da parte di governi e organismi internazionali possono modulare l’evoluzione dei costi e dei flussi di traffico.

Nel breve periodo è probabile che si consolidi una domanda verso destinazioni europee e a corto raggio, con effetti sui prezzi e sulla capacità disponibile. Le autorità aeronautiche e gli aeroporti saranno chiamati a coordinare operazioni di rimpatrio, gestione delle slot e supporto ai passeggeri, con impatti anche su norme di sicurezza e controlli.

Per i mercati finanziari e per gli investitori, la capacità delle compagnie di attivare coperture efficaci, la flessibilità del network e la solidità della struttura patrimoniale saranno elementi centrali per valutare la resilienza a questa crisi, che ha dinamiche sia geopolitiche sia economiche e che potrebbe evolvere su più orizzonti temporali.