Calano i tassi di occupazione tra le madri, ma le laureate reggono
- 7 Marzo 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Occupazione femminile e lavoro delle donne in Italia hanno registrato un progresso negli ultimi dieci anni: il tasso è passato dal 50,5% del terzo trimestre 2015 al 58,3% nello stesso periodo del 2025, ma il divario con la Unione europea si è leggermente ampliato, passando da 12,7 a 13,2 punti.
Nel 2024 la quota di donne attive nella fascia d’età 15-64 anni era del 57,6%, oltre 13 punti percentuali sotto la media dell’Unione europea. Il gap è particolarmente pronunciato nel Mezzogiorno, dove la partecipazione femminile si attestava intorno al 43,1%.
I dati statistici
Osservatori statistici come Eurostat, Istat e Banca d’Italia indicano come principale ostacolo alla partecipazione femminile la difficoltà di conciliare lavoro e responsabilità familiari. Dai dati emerge tuttavia anche il ruolo cruciale dell’istruzione nel determinare la capacità delle donne di restare attive nel mercato del lavoro.
La nascita dei figli e l’impatto sul lavoro
Il tasso di occupazione femminile in Italia cala progressivamente con l’arrivo dei figli e subisce un crollo più marcato dopo il terzo figlio, soprattutto tra le donne con un basso livello di istruzione. Le donne con titolo universitario mostrano, invece, una maggiore tenuta dell’occupazione anche in famiglie numerose.
Eurostat segnala che, nella fascia 25-49 anni, il 64,9% delle donne è occupato: la percentuale è del 68,5% per chi non ha figli, scende al 64,8% con un figlio, al 62,5% con due figli e al 42,3% con tre o più figli (e al 36,6% quando l’ultimo figlio ha meno di sei anni).
Secondo diversi studi, se l’Italia riuscisse a rimuovere gli ostacoli che le donne incontrano dopo la maternità, nei prossimi vent’anni sarebbe possibile colmare oltre un terzo del divario di genere nell’occupazione.
Il valore dell’istruzione
Il livello di istruzione incide in modo netto sulla probabilità di restare nel mercato del lavoro. Tra le persone con bassa istruzione (fino alla terza media) il tasso di occupazione femminile complessivo è del 41,1%: per chi non ha figli sale al 47,9%, ma scende al 42,9% con un figlio, al 36,3% con due e al 18,7% con tre o più figli.
Per gli uomini con bassa istruzione e tre figli il tasso di occupazione è molto più elevato (81,2%), con un divario di oltre 62 punti rispetto alle donne nella stessa fascia educativa. Questo evidenzia una forte polarizzazione legata al genere e al titolo di studio.
Al contrario, tra le laureate il tasso di occupazione è complessivamente all’81%, poco più di sei punti sotto quello maschile, e tende a non risentire in modo significativo dell’arrivo dei figli: è del 79,2% per chi non ha figli, dell’83,3% per chi ha un figlio, dell’83,4% per chi ha due figli e del 78,3% per chi ha tre o più figli.
Questi dati suggeriscono che le donne con livello d’istruzione più elevato riescono più facilmente a mantenere impieghi stabili e meglio retribuiti, mentre le donne meno istruite sono più vulnerabili all’uscita dal lavoro per ragioni connesse alla cura familiare e alla scarsa disponibilità di soluzioni di conciliazione.
Il confronto con Germania e Francia
A livello internazionale la situazione media della Unione europea per la fascia 25-49 anni risulta superiore a quella italiana: la percentuale di donne occupate è del 77,6%, con oscillazioni legate alla presenza di figli (80,9% senza figli; 78% con un figlio; 77,3% con due figli; 59,8% con tre o più figli).
Tra le donne con bassa istruzione e almeno tre figli il tasso di occupazione medio nell’Unione europea è del 31,3%. In Germania la quota di donne occupate tra i 25 e i 49 anni è dell’81,3% (86,9% per le senza figli; 56,4% per chi ha almeno tre figli). In Francia la partecipazione femminile in questa fascia d’età è del 78,8%, con il 59,9% tra le donne con tre o più figli, un risultato che viene spesso attribuito a politiche più strutturate di conciliazione e servizi per l’infanzia.
Il confronto evidenzia come politiche pubbliche di sostegno alla genitorialità, offerta di servizi di cura per l’infanzia e strumenti di lavoro flessibile possano influire significativamente sulla partecipazione femminile, riducendo il divario tra uomini e donne e tra aree geografiche diverse.
Implicazioni politiche ed economiche
Per contenere e ridurre il divario di genere è necessario un insieme di misure che includa investimenti nei servizi per l’infanzia, incentivi per forme di lavoro flessibile, politiche di congedo parentale più equilibrate e interventi mirati nelle aree con minore partecipazione femminile, in particolare nel Mezzogiorno.
Dal punto di vista macroeconomico, aumentare l’occupazione femminile avrebbe effetti positivi sulla crescita del Pil, sulla sostenibilità del mercato del lavoro e sulla riduzione della povertà femminile. Le istituzioni nazionali e sovranazionali possono svolgere un ruolo coordinato nel promuovere strumenti che favoriscano la conciliazione tra vita familiare e lavoro e l’accesso all’istruzione e alla formazione continua.