Infanzia in pericolo: 2,4 milioni di minori tra povertà ed esclusione sociale
- 4 Marzo 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Italia, ma troppo spesso appare come un traguardo distante: migliaia di minori rimangono indietro a causa di ostacoli strutturali che limitano le loro opportunità.
La dimensione della questione è evidenziata dai dati: circa 2,4 milioni di minori sono a rischio povertà ed esclusione sociale (più di uno su quattro) e sono oltre 1,28 milioni i minori in povertà assoluta. Quasi il 13,8% dei bambini vive in famiglie che non possono permettersi beni e servizi considerati essenziali, il valore più alto dell’ultimo decennio.
L’ascensore sociale rotto
Le ricadute sulla vita quotidiana sono immediate e tangibili: un adolescente su sei segnala che i genitori incontrano difficoltà nel sostenere le spese per alimentazione, abbigliamento e bollette; una percentuale analoga rinuncia a uscite o attività sportive per motivi economici; tre minori su dieci non possono permettersi una vacanza. Questi indicatori mostrano che la povertà non è soltanto carenza di risorse, ma anche carenza di possibilità.
Le differenze economiche si traducono rapidamente in differenze di prospettive. Tra gli adolescenti in condizioni di disagio, più di uno su quattro ritiene probabile dover lasciare la scuola per lavorare, valore che si colloca circa 20 punti percentuali al di sopra dei coetanei in condizioni socioeconomiche migliori. Oltre il 40% vorrebbe frequentare l’università ma teme di non poterselo permettere, rispetto al 10,7% dei ragazzi e delle ragazze che vivono in contesti più favorevoli; quasi sette giovani su dieci non sono sicuri di trovare un lavoro dignitoso.
Disuguaglianze territoriali e fattori migratori
La fotografia si complica se si considerano le fratture territoriali: le opportunità cambiano in funzione del luogo di residenza, con aree più marginalizzate che presentano minori servizi, meno investimenti e reti di supporto più fragili. A queste diseguaglianze si aggiungono fattori come il background migratorio e l’iniquità della normativa sulla cittadinanza, che amplificano gli ostacoli all’accesso alle opportunità educative e professionali.
Tra gli studenti di prima generazione con background migratorio solo poco più di un terzo sceglie il liceo, percentuale che resta più bassa anche tra i migliori risultati accademici: il 48,7% contro il 60,7% degli studenti senza background migratorio. Tra gli alunni “molto bravi”, soltanto il 61,1% dei ragazzi migranti di prima generazione immagina di proseguire gli studi all’università, contro il 74,7% dei coetanei nativi.
Impatto sulle opportunità e sul futuro del Paese
La perdita di opportunità per una parte significativa dell’infanzia e dell’adolescenza ha effetti a lungo termine sulla coesione sociale, sulla produttività e sulla sostenibilità del sistema di welfare. Interventi mirati possono però modificare questa traiettoria: la povertà educativa è influenzata da variabili su cui le politiche pubbliche possono intervenire, valorizzando l’infanzia e l’adolescenza come patrimonio collettivo.
Per essere efficaci, le azioni devono essere coordinate tra istituzioni e livelli di governo: Ministero dell’Istruzione, Enti Locali, servizi sociali, operatori sanitari e il terzo settore devono lavorare insieme su programmi di lungo periodo che siano integrati e territorialmente mirati.
Verso interventi mirati
Le possibili linee d’azione includono investimenti nei servizi per la prima infanzia, estensione di sostegni economici mirati alle famiglie in condizione di fragilità, potenziamento dei servizi di orientamento scolastico e professionale e misure per abbattere le barriere all’accesso all’istruzione superiore, come borse di studio e percorsi di studio-lavoro. Il rafforzamento dell’offerta extracurriculare — sport, cultura, doposcuola — e la riduzione del digital divide sono altri elementi determinanti per contrastare l’esclusione.
La scelta di investire nell’infanzia e nell’adolescenza richiede una visione di lungo periodo e strumenti di valutazione che monitorino gli esiti: dati disaggregati per età, territorio e background socioeconomico sono fondamentali per progettare interventi mirati e misurarne l’impatto.
Considerare i bambini e le bambine come il principale asset del Paese significa tradurre queste evidenze in politiche pubbliche coerenti, sostenute da risorse adeguate e da una governance capace di ridurre le disuguaglianze e valorizzare le potenzialità di tutti i giovani.