La morte di Khamenei mette alla prova Mosca
- 1 Marzo 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Prima il presidente siriano Bashar al‑Assad, poi il leader venezuelano Nicolás Maduro e ora la guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei: nell’arco di circa un anno e mezzo il presidente russo Vladimir Putin ha visto allontanarsi o scomparire alcuni tra i suoi alleati più visibili, mentre il Cremlino, impegnato nella guerra in Ucraina, fatica a offrire risposte efficaci.
Vladimir Putin ha inviato una lettera di condoglianze al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, definendo il leader religioso con parole di stima.
Vladimir Putin ha detto:
“Un eccezionale statista che ha dato un immenso contributo personale allo sviluppo di relazioni amichevoli tra Russia e Iran.”
Parallelamente, pur denunciando eventi descritti come violazioni della moralità e del diritto internazionale, le autorità russe non hanno annunciato finora interventi concreti in aiuto di Teheran contro i ripetuti attacchi aerei attribuiti agli Stati Uniti e a Israele. Secondo Mosca, inoltre, è stato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a contattare il suo omologo russo Sergey Lavrov all’inizio dell’escalation di violenze.
Un’amicizia difficile
Per l’analista russo Alexander Baunov, del Carnegie Center, la morte di Khamenei crea una situazione complicata per Putin. Dopo la rielezione di Donald Trump, il Cremlino aveva infatti cercato di trarre vantaggio da un possibile riavvicinamento con Washington per favorire negoziati che mettessero fine al conflitto ucraino.
Alexander Baunov ha osservato:
“Per due volte in due mesi, Putin non è riuscito a svolgere il suo ruolo di salvatore.”
Baunov ha inoltre criticato l’incapacità del Cremlino di proteggere o ricollocare alcuni alleati strategici, ricordando come in passato Putin fosse riuscito a offrire rifugio politico all’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych nel 2014 e, in casi successivi, anche ad alcuni membri della famiglia di Bashar al‑Assad.
Alexander Baunov ha aggiunto:
“In alcuni casi l’assassino è il suo amico Trump.”
Invasione di campo
La differenza rispetto al caso di Maduro è che l’obiettivo dell’attentato si trova in una regione che la Russia considera parte del proprio «emisfero» di influenza. Secondo l’analisi di Baunov, l’uccisione del leader iraniano richiama la reazione alla morte del colonnello libico Muammar Gheddafi nel 2011, evento che segnò una svolta nelle relazioni tra Mosca e l’Occidente.
Alexander Baunov ha detto:
“Si tratta di una svolta nella politica russa che ha contribuito a rompere i legami con l’Occidente.”
Nel contesto attuale, Teheran è considerata uno dei partner più stretti di Mosca, in particolare per il sostegno politico e per la cooperazione militare durante l’offensiva russa in Ucraina.
Forniture incerte
Le autorità di Kiev e diversi Paesi occidentali accusano Teheran di fornire armi e tecnologie militari a Mosca, tra cui droni della serie Shahed impiegati nei bombardamenti contro obiettivi ucraini. L’anno scorso Russia e Iran hanno firmato un accordo di partenariato strategico volto a rafforzare i legami economici e militari tra i due Paesi.
Le ripercussioni della crisi in Iran per Mosca sono difficili da quantificare: potrebbero influire sulle forniture militari, sui flussi energetici e sulla posizione geopolitica russa nella regione.
Anatoly Vasserman, parlamentare russo, ha valutato prospettive diverse relative agli effetti di un conflitto prolungato in Iran sui mercati internazionali e sugli equilibri strategici.
Anatoly Vasserman ha detto:
“A breve termine la guerra potrebbe avvantaggiare la Russia se portasse a un forte aumento dei prezzi del petrolio, ma a lungo termine potrebbe creare gravi problemi agli Stati Uniti e a Israele se le autorità iraniane resistessero.”
La situazione rimane fluida: eventuali sviluppi in Teheran possono avere impatti sul prezzo dell’energia, sulle rotte commerciali e sulle alleanze regionali. Per il Cremlino, la perdita o l’indebolimento di partner strategici complica ulteriormente la gestione della guerra in Ucraina e la negoziazione di soluzioni diplomatiche con attori internazionali come Washington e le istituzioni europee.