Fisco: il salvagente che mette al riparo 2,7 milioni di partite iva dai controlli

Una partenza in salita per la nuova edizione: il concordato preventivo 2026-2027 si trova davanti a due sfide rilevanti. Innanzitutto dovrà riconfermarsi tra le circa 460mila imprese, autonomi e professionisti che avevano scelto il patto biennale nella prima edizione 2024-2025. In secondo luogo dovrà riuscire a coinvolgere i quasi 2,2 milioni di partite Iva che finora non hanno dato seguito alle proposte basate sui risultati degli Isa (indicatori sintetici di affidabilità fiscale).

Nel complesso si tratta di quasi 2,7 milioni di contribuenti collocati nell’area degli Isa, i quali potrebbero beneficiare di una minore esposizione ai controlli fiscali aderendo al concordato preventivo. Tuttavia, la scelta non è semplice: accettare spesso comporta la dichiarazione di un reddito più elevato e pertanto maggiori imposte, oltre a rispettare una serie di condizioni formali per evitare esclusioni, cessazioni o decadenze.

Scenario e numeri

La prima edizione del concordato preventivo ha già trasferito in una “zona sicura” circa 190mila partite Iva che in precedenza presentavano valutazioni di affidabilità fiscale basse o molto basse, ossia voti inferiori all’8 nelle pagelle degli Isa. Ad esse si sono aggiunti circa 20mila soggetti passati in area di elevata affidabilità nella tornata successiva.

Il quadro statistico evidenzia dunque un potenziale rilevante di adesioni che potrebbe ridurre il carico di verifiche su chi si dichiara collaborativo, concentrando le risorse di controllo su chi non aderisce o decade dal patto.

Fattori che influenzano le adesioni

Al centro della decisione dei contribuenti ci sono considerazioni di convenienza economica e di rischio normativo. Oltre al maggior reddito da dichiarare, esistono vincoli e ostacoli pratici: condizioni soggettive, obblighi documentali e la gestione di eventuali esclusioni che richiedono attenzione da parte dei professionisti che assistono i contribuenti.

Un elemento rilevante che ha inciso sulle prime due edizioni è stato il meccanismo del ravvedimento speciale. Questo strumento, pensato per rendere più attrattivo il patto, permetteva di regolarizzare posizioni pregresse purché la dichiarazione dei redditi fosse stata presentata, mediante il pagamento di un’imposta sostitutiva modulata in funzione del voto ottenuto negli Isa.

Oltre al ravvedimento, sono emerse criticità tecniche: ad esempio chi aderisce al concordato preventivo non può utilizzare alcune agevolazioni per ridurre il reddito concordato, come l’iperammortamento per gli investimenti in beni strumentali. Problemi analoghi sono stati riscontrati con la superdeduzione per i neoassunti, circostanza che ha richiesto interventi correttivi nella normativa successiva, come nel caso del Dlgs 81/2025.

Queste sovrapposizioni tra incentivi e limiti operativi possono scoraggiare chi valuta il patto, soprattutto quando il beneficio immediato non è evidente o è percepito come incompatibile con altri bonus fiscalmente rilevanti.

Impatto operativo e ruolo delle autorità

Il decreto che ha introdotto il concordato preventivo prevedeva espressamente che l’Agenzia delle Entrate e il Corpo della Guardia di finanza modulassero la capacità operativa per intensificare i controlli verso chi non aderisce o decade dal patto. Ciò non implica automatismi, ma segnala un rischio operativo aggiuntivo per i soggetti che hanno avuto l’opportunità di aderire e non l’hanno colta.

La strategia di concentrare risorse su soggetti meno collaborativi punta a incrementare l’efficacia della compliance fiscale, ma richiede chiarezza normativa e prassi operative stabili per evitare incertezze che frenino le adesioni.

Scadenze, strumenti e prospettive

Il termine per aderire al patto resta fissato al 30 settembre, ma le esperienze dei primi bienni mostrano come cambi normativi intervenuti a percorso avviato, unitamente alla necessità di chiarimenti interpretativi, possano avere un effetto opposto rispetto all’obiettivo di incentivare l’adesione.

Oltre al concordato preventivo, la riforma Leo ha puntato su strumenti complementari come la cooperative compliance, estendendo la possibilità di opzione anche alle Pmi con fatturati fino a 500 milioni di euro. L’intento è ampliare l’area dell’affidabilità fiscale, orientando tempo e risorse ispettive verso chi mostra scarsa collaborazione.

Per incrementare l’efficacia delle prossime edizioni potrebbe essere utile valutare interventi mirati: chiarimenti normativi tempestivi, semplificazioni procedurali, e un riassetto delle compatibilità tra il patto e le varie agevolazioni fiscali, così da ridurre i disincentivi nell’adozione del concordato preventivo.

In termini pratici, occorrerà coinvolgere maggiormente i professionisti tributari nelle fasi di progettazione e comunicazione, potenziare la formazione e predisporre strumenti informativi chiari, per assicurare che la platea potenziale comprenda benefici, vincoli e conseguenze dell’adesione.



Author: Tony
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