Fondi: la crisi del dollaro dimezza i rendimenti in Europa nel 2025

Borse che hanno toccato più volte nuovi massimi nonostante un anno segnato da tensioni geopolitiche, e un obbligazionario che ha retto grazie al ritorno su livelli elevati delle cedole: le premesse lasciavano immaginare portafogli floridi al termine del periodo, ma gli investitori si sono invece dovuti accontentare, con una delusione più marcata in Europa.

Il bilancio annuale

I prodotti di investimento distribuiti nel Vecchio Continente hanno chiuso i dodici mesi con un rendimento medio intorno al 6%: un risultato indubbiamente positivo, ma che si colloca meno della metà rispetto al +13,3% registrato l’anno precedente e sotto i rialzi a doppia cifra messi a segno nel 2024.

Questa fotografia emerge dal rapporto di Tosetti Value, uno dei principali multi-family office europei, che analizza rendimenti e costi dei prodotti Ucits distribuiti in almeno uno Stato europeo, classificati come long-term fund, attivi e passivi (esclusi gli Etf) e gestiti dalle prime 250 società per patrimonio gestito.

Wall Street non ha ripetuto i ritorni «stratosferici» dei due anni precedenti, ma gli indici S&P 500 e Nasdaq hanno comunque conseguito performance di rilievo, rispettivamente attorno al 16% e al 20%.

L’Europa ha invece registrato un rally significativo: circa +17% per il Stoxx 600, +23% per il Dax, circa +31% per Piazza Affari e quasi +50% per la capitale spagnola, con Madrid in testa. Con Asia e Paesi emergenti a loro volta in evidenza, l’indice globale Msci World ha messo a segno un progresso intorno al 19,5%, mentre gli indici obbligazionari globali hanno registrato un total return di circa il 2,5% (cedole incluse).

Nonostante questi risultati di mercato, i gestori sono riusciti a trasferire solo in parte i guadagni ai sottoscrittori dei fondi: il bilancio dei fondi europei risulta quindi parziale, con performance inferiori a quelle degli indici sottostanti.

Quanto conta il fattore cambio

La spiegazione principale sta nella debolezza del dollaro, che nel corso dell’anno si è deprezzato di circa il 10% sul piano globale e intorno al 12% rispetto al euro, influenzando pesantemente i ritorni degli investimenti denominati in valuta statunitense per chi risiede fuori dagli Stati Uniti e non si è adeguatamente coperto.

Per un investitore europeo, dunque, i guadagni registrati dai principali indici americani e dal settori tecnologico si sono in larga parte dissolti al cambio, e il rendimento complessivo dell’obbligazionario globale rischia persino di diventare negativo una volta considerata la componente valutaria.

La questione del cambio sottolinea l’importanza delle strategie di copertura valutaria: esistono classi di azioni con protezione dal rischio cambio, ma queste comportano costi e scelte di gestione che possono incidere sul rendimento netto. In questo contesto il comportamento di istituzioni come la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea resta cruciale perché le politiche monetarie influenzano tassi, flussi di capitale e valori relativi delle valute.

Le implicazioni per il risparmio gestito sono chiare: gestori e consulenti devono integrare l’analisi valutaria nella costruzione dei portafogli, comunicare con chiarezza le scelte di copertura e valutare l’orizzonte temporale degli investitori. Per chi investe, la lezione principale è la necessità di considerare non solo la performance degli asset ma anche l’impatto delle valute e dei costi di gestione sul rendimento finale.



Author: Tony
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