Nuovo piano Transizione 5.0 in ritardo: il nodo dei costi frena l’apertura ai produttori extra UE
- 4 Febbraio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Il nuovo piano Transizione 5.0, che include l’iperammortamento a sostegno degli investimenti delle imprese, è al momento bloccato: il decreto attuativo predisposto è stato inviato al Ministero dell’Economia per il concerto, ma l’iter non è stato completato a causa di valutazioni finanziarie e politiche ancora aperte.
Il punto cruciale riguarda l’eliminazione del requisito di origine territoriale, previsto dalla legge di bilancio, che limita l’accesso all’incentivo ai beni prodotti in uno degli Stati membri della UE o aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein, Norvegia). Il Tesoro sta valutando se esistono le coperture necessarie per rimuovere questo vincolo.
Le stime sul costo della correzione variano significativamente: se l’estensione fosse applicata nella maniera più ampia possibile, l’impatto sarebbe compreso tra circa 900 milioni e 1 miliardo di euro; se la modifica fosse limitata solo ai Paesi del G7, la spesa stimata scenderebbe a un intervallo approssimativo di 300‑400 milioni.
Impatto su imprese e fornitori
La scelta originaria, inserita nella manovra, ha suscitato perplessità sia tra le imprese interessate agli acquisti di beni strumentali sia tra i fornitori che verrebbero esclusi dall’accesso al mercato agevolato, a cominciare da quelli extra‑UE. È complicato ricostruire la paternità politica della norma, ma l’effetto pratico è chiaro: incertezza sulle regole che determinano la convenienza degli investimenti.
Il decreto attuativo redatto dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha tentato di attenuare il vincolo territoriale precisando che per determinare l’origine è sufficiente considerare l’ultima trasformazione sostanziale del bene, in conformità al Codice doganale europeo. Tuttavia questo chiarimento non è stato ritenuto risolutivo dalle parti interessate e dagli uffici del MEF.
Per tornare indietro sulla norma servirebbe una modifica di rango primario, quindi un emendamento alla legge di bilancio o altra norma primaria: la difficoltà principale rimane la copertura finanziaria e la scelta politica sul perimetro dell’estensione.
Opzioni tecniche e vincoli internazionali
Tra le ipotesi allo studio c’è l’estensione limitata ai Paesi del G7 — in pratica l’aggiunta di Stati Uniti, Canada, Giappone e Regno Unito — ma questa soluzione presenta criticità: profili di compatibilità con le regole del WTO, potenziali ripercussioni diplomatiche con partner commerciali come la Cina, e l’esclusione di fornitori comunque competitivi quali Corea del Sud e Taiwan.
Un’estensione totale oltre i confini europei aumenterebbe considerevolmente l’onere finanziario, potendo triplicare la spesa stimata rispetto all’opzione G7. Nel frattempo il MEF continua a esaminare altri profili tecnici del decreto, contribuendo alla fase di incertezza regolatoria.
La situazione lascia le imprese in attesa di indicazioni definitive: molte contano su regole stabili per pianificare investimenti che potranno beneficiare dell’iperammortamento a partire dal 1° gennaio 2026, con termine previsto al 30 settembre 2028. Una decisione tempestiva è utile per preservare la certezza normativa e il corretto funzionamento degli incentivi all’investimento.
Per ridurre l’incertezza servirebbe un percorso chiaro che bilanci le esigenze di sostenibilità finanziaria dello Stato con l’obiettivo di mantenere la competitività delle imprese italiane, valutando possibili soluzioni tecniche (ad esempio criteri di origine più dettagliati o limiti di spesa) e concordando, se necessario, interventi legislativi puntuali.