I tassi dei t-bond mettono Trump alle corde: sostenibilità appesa ai dazi

Attualmente la strategia fiscale di Donald Trump si regge su un equilibrio molto preciso: le entrate derivanti dai dazi — stimate intorno ai 300 miliardi di dollari l’anno — finanziano una politica fiscale espansiva nota come Big Beautiful Bill. Questo pacchetto sostiene la crescita statunitense incentivando gli investimenti aziendali, esentando le imprese dalle imposte sugli investimenti (Capex) e inducendo molte società a posticipare decisioni d’acquisto in attesa dell’agevolazione, fattore che potrebbe determinare una forte spinta economica nel 2026.

In chiave elettorale, il governo propone misure redistributive rivolte alle fasce più deboli, come un assegno di 2.000 dollari per persona (esclusi i contribuenti più abbienti). Solo questa misura sarebbe valutata intorno ai 400 miliardi di dollari, una cifra superiore alle entrate derivanti dai dazi. È quindi cruciale sottolineare che, senza i proventi tariffari, i conti pubblici subirebbero una significativa pressione: le stime suggeriscono che in dieci anni il deficit pubblico potrebbe aumentare di circa 3.000 miliardi di dollari.

Il ruolo dei dazi nelle finanze federali

Le entrate doganali rappresentano quindi l’elemento chiave che mantiene la sostenibilità del piano fiscale. Dal punto di vista tecnico, i dazi sono una fonte di gettito che non incide direttamente sulle aliquote interne, ma la loro volatilità è elevata: un rallentamento economico globale o una contrazione degli scambi internazionali ridurrebbero rapidamente queste entrate, mettendo a rischio l’equilibrio del bilancio. Sul piano politico, inoltre, il ricorso ai dazi ha implicazioni diplomatiche e commerciali, potendo generare tensioni con partner e influenzare i costi per i consumatori e le imprese.

Nomina alla Fed e possibili conseguenze

Con la nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed, cresce l’attenzione sui possibili orientamenti della banca centrale. I mercati interpretano la scelta come rassicurante perché Warsh non è percepito come un mero uomo di fiducia del presidente, ma rimane noto per posizioni restrittive in materia monetaria: è considerato un falco. La domanda cruciale è se la Fed diventerà più accomodante nei confronti dell’amministrazione.

I dati macroeconomici non forniscono segnali evidenti per tagli immediati: il primo trimestre mostra una crescita plausibile di almeno il 2%, l’inflazione è prevista intorno al 2,9% e il mercato del lavoro rimane stabile. Nonostante ciò, alcuni analisti ritengono probabile che la Fed operi due tagli dei tassi nel corso dell’anno, calibrati sull’evoluzione dell’inflazione e dell’occupazione.

Un obiettivo dichiarato dall’amministrazione Warsh è l’allineamento della durata media (duration) dei titoli in portafoglio alla Fed con la vita media del debito pubblico statunitense, che è più breve. Per conseguire questo risultato, la banca centrale tenderebbe a ridurre l’esposizione verso i titoli a lunga scadenza e a incrementare quelli a breve termine, modificando così la composizione del proprio bilancio.

Impatto sui rendimenti a lunga scadenza

I rendimenti a lungo termine stanno salendo, con i rendimenti trentennali in aumento, principalmente per effetto della crescita economica e di una discesa dell’inflazione meno rapida del previsto. Un parallelo aumento della preferenza per titoli a breve scadenza nella Fed potrebbe esercitare ulteriori pressioni sui tassi a lunga scadenza, aggravando i costi del servizio del debito per lo Stato e influenzando il costo del credito per l’economia reale.

Il Segretario al Tesoro Bessent ha indicato che il Tesoro può intervenire per contenere il costo del debito a lungo termine, ad esempio tramite operazioni di riacquisto di titoli di Stato. Queste operazioni, però, presentano limiti organizzativi e politici: richiedono decisioni d’intervento sul mercato, possono avere impatti di segnale per gli investitori e spesso necessitano di coperture di bilancio o di autorizzazioni specifiche, oltre a possibili reazioni da parte del Congresso.

In sintesi, l’architettura della politica economica attuale dipende in modo significativo dalle entrate tariffarie e da scelte della politica monetaria e fiscale che devono essere coordinate per evitare tensioni sui mercati obbligazionari e sui conti pubblici. Un eventuale calo dei proventi daziari o una divergenza tra la composizione del bilancio della Fed e il mercato del debito potrebbe rendere necessarie misure aggiuntive, con effetti sia economici sia politici.



Author: Tony
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