Pellicce al capolinea: l’UE pronta a vietare una pratica crudele e insostenibile
- 4 Febbraio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Il futuro dell’allevamento di animali per la produzione di pellicce in Europa è incerto: la Commissione Europea dovrà rispondere all’Iniziativa dei Cittadini Europei denominata Fur Free Europe e, entro marzo 2026, decidere se proporre un divieto totale di questa attività o l’introduzione di standard minimi di benessere animale.
Cristina Guarda (I Verdi/Alleanza Libera Europea) ha dichiarato:
“Non esiste modo di garantire condizioni di benessere adeguate per specie selvatiche rinchiuse in gabbia; continuare a sfruttarle a fini commerciali è eticamente ingiustificabile. L’Unione Europea deve porre fine a questa pratica, proteggendo così gli animali, la salute pubblica e la coerenza del mercato interno, e accelerare la riforma complessiva della normativa sul benessere animale.”
La produzione di pelli in Europa è in declino da decenni. Negli anni ’80 è aumentata la sensibilità pubblica verso il benessere degli animali, molte case di moda hanno progressivamente abbandonato l’uso della pelliccia e diversi Stati hanno introdotto divieti nazionali, determinando una contrazione strutturale del settore.
Quadro normativo e divieti nazionali
Attualmente il divieto di allevamento per la produzione di pellicce è già in vigore in diversi Paesi europei, tra cui Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovenia e Slovacchia, e negli ultimi mesi anche la Polonia ha promulgato un divieto.
In altri Stati le norme sono talmente rigorose da rendere l’attività non sostenibile sotto il profilo economico; per alcune specie si sono imposti divieti parziali (Danimarca, Svezia, Ungheria) e in Spagna non è più consentito avviare allevamenti di visoni.
Tendenze economiche del settore
Negli ultimi dieci anni il numero di allevamenti in Europa è diminuito del 73% e la produzione di pelli è precipitata dell’86%, con una contrazione delle vendite del 92%. Nel 2024 la produzione europea era pari a circa 6,3 milioni di pelli con vendite stimate intorno a 183 milioni di euro.
Una valutazione economica pubblicata nel 2025 dall’economista Griffin Carpenter evidenzia che il settore genera, in termini di valore aggiunto lordo, un risultato netto negativo vicino a -9,2 milioni di euro: un’indicazione che la filiera produce ormai un contributo economico limitato o addirittura inesistente per le economie locali.
Costi ambientali e sanitari
L’analisi prende in considerazione anche impatti esterni spesso non internalizzati dal mercato: inquinamento da liquami, eutrofizzazione di acque superficiali, emissioni di gas serra, introduzione di farmaci veterinari negli ecosistemi, effetti delle specie non native sulla biodiversità e il rischio di spillover virale verso la popolazione umana.
Tenendo conto di questi effetti ambientali e sanitari, Carpenter stima un costo sociale annuo di circa 446 milioni di euro, sostenuto da contribuenti, comunità rurali, sistemi sanitari ed ecosistemi, senza che vi sia un ritorno economico significativo per queste controparti.
Posizioni politiche e spinte per il divieto
Brando Benifei (S&D) ha affermato:
“Negli ultimi anni si è affermata una nuova consapevolezza etica: un numero crescente di cittadini ritiene che il benessere animale debba guidare anche le attività economiche. Per questo è necessario applicare pienamente le norme già adottate a livello nazionale e compiere il passo successivo a livello europeo, con un divieto definitivo dell’allevamento per pellicce.”
Per la limitata rilevanza economica del comparto, l’Italia ha vietato l’allevamento di animali per la produzione di pellicce a partire da gennaio 2022: la misura è stata introdotta con un emendamento alla Legge di Bilancio 2022, che prevedeva anche uno stanziamento di 6 milioni di euro per indennizzare gli allevatori residui in un arco temporale di due anni.
Il processo amministrativo di dismissione avrebbe dovuto includere un decreto attuativo e una tempistica per lo smantellamento delle strutture; tuttavia, in molti casi non sono state chiarite le modalità di trasferimento o reimmissione degli animali, e alcuni allevamenti sono stati interessati da abbattimenti legati a focolai di SARS-CoV-2, con evidenti implicazioni sanitarie e giuridiche.
Resta poco chiaro se negli anni 2024-2025 siano stati erogati ulteriori indennizzi o come gli allevatori abbiano gestito gli animali durante il periodo transitorio. Diverse voci tecniche e politiche hanno segnalato che sarebbe stato utile destinare risorse anche alla riconversione ecologica degli impianti per facilitare una transizione ordinata.
Carolina Morace (The Left) ha sottolineato:
“L’allevamento per la produzione di pellicce rappresenta una strada senza sbocco dal punto di vista economico e comporta rischi sanitari che l’Europa non può più ignorare. Serve un divieto a livello UE accompagnato da una fase di dismissione ben strutturata, che garantisca una transizione giusta per i pochi allevatori ancora coinvolti.”
Mobilitazione pubblica e prossime fasi
Migliaia di cittadini hanno firmato una lettera aperta indirizzata al Commissario europeo responsabile per il dossier, chiedendo l’adozione di un divieto a livello comunitario. La pressione pubblica e le evidenze economiche e sanitarie stanno quindi entrando nel dibattito politico in vista della scadenza di marzo 2026.
Il procedimento prevede che, una volta ricevuta la proposta della Commissione Europea, il testo venga negoziato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea. Le opzioni possibili spaziano da un divieto totale a misure che stabiliscano standard minimi e piani di transizione per allevatori e comunità rurali.
Nei prossimi mesi sarà dunque decisivo monitorare le valutazioni d’impatto sociale, economico e sanitario predisposte dalla Commissione e l’orientamento delle istituzioni europee, che determineranno la portata delle eventuali misure e le forme di sostegno per una dismissione ordinata del settore.