Gli etf su criptovalute con staking possono far decollare i rendimenti, ma potrebbero non essere per tutti

Nel corso degli ultimi anni l’investimento in asset cripto come Ether, il token nativo della rete Ethereum, ha seguito percorsi molto diversi: dall’acquisto diretto su piattaforme come Coinbase o Robinhood alla custodia in portafogli personali come MetaMask, fino ad arrivare a soluzioni più complesse come il staking per ottenere rendimenti passivi.

Con il progresso verso una maggiore integrazione con la finanza tradizionale sono nati prodotti nuovi, tra cui i ETF che replicano il prezzo spot, affiancando la proprietà diretta e ampliando le possibilità per gli investitori, ma introducendo anche scelte aggiuntive da valutare.

Alcuni ETF che offrono esposizione a Ether hanno integrato meccanismi di staking: acquistano l’asset per conto degli investitori e lo impegnano nella rete per generare ricompense, che poi possono essere distribuite agli azionisti. Questi prodotti combinano la semplicità di accesso degli strumenti quotati con l’opportunità di ottenere un rendimento supplementare derivante dal protocollo blockchain.

Un esempio recente è stato il pagamento di ricompense a favore degli azionisti da parte del Grayscale Ethereum Staking ETF (ETHE): la distribuzione è stata pari a 0,083178 dollari per azione, il che significa che un investimento ipotetico di 1.000 dollari in ETHE avrebbe prodotto un rendimento in termini di ricompense pari a circa 82,78 dollari a quel prezzo di mercato.

Proprietà diretta vs rendimento

La scelta tra detenere ETH direttamente o acquistare quote di un ETF che effettua staking si fonda su due elementi principali: la titolarità dell’asset e la ricerca di rendimento.

Acquistando ETH su una piattaforma di scambio, l’investitore possiede effettivamente la criptovaluta (anche se spesso in custodia presso l’exchange) e beneficia dell’apprezzamento o della svalutazione del prezzo. Se decide di mettere in staking il proprio ETH attraverso lo stesso exchange, la piattaforma gestisce l’operazione e l’investitore percepisce ricompense annuali che tipicamente si collocano nella fascia del 3–5%, al netto di commissioni sulla ricompensa stessa.

Acquistando quote di un ETF, invece, l’investitore ottiene esposizione al prezzo di Ether senza mai creare un portafoglio cripto: il fondo provvede all’acquisto dell’asset e, se previsto dallo statuto, lo mette in staking per conto degli azionisti, distribuendo successivamente i proventi secondo le modalità del fondo.

Commissioni e impatto sul rendimento

I costi rappresentano una differenza sostanziale. Alcuni ETF addebitano commissioni di gestione annuali fisse: ad esempio, un trust che replica Ether può applicare una commissione pari al 2,5% annuo, indipendente dalle performance del mercato. Se il fondo effettua lo staking, una parte delle ricompense viene inoltre trattenuta dal fornitore del servizio di staking prima che il residuo sia distribuito agli azionisti.

Le piattaforme di scambio, al contrario, potrebbero non applicare una fee di gestione sulla detenzione dell’asset ma trattenere una percentuale sulle ricompense da staking. Per esempio:

Coinbase said:

“Non ci sono commissioni per mettere in staking i tuoi asset. Coinbase prende una commissione basata sulle ricompense che ricevi dalla rete. La nostra commissione standard è del 35% per ADA, ATOM, AVAX, DOT, ETH, MATIC, SOL e XTZ.”

Questa struttura rende spesso il rendimento effettivo dallo staking su exchange superiore a quello offerto da alcuni ETF, sebbene il confronto debba tener conto anche delle commissioni di gestione e dei costi indiretti associati a ciascun prodotto.

Rischi operativi e di mercato

I proventi legati allo staking non sono garantiti: variano in funzione dell’attività della rete e della quantità complessiva di criptovalute messe in staking. Per Ethereum il rendimento annuo effettivo si è collocato in passato su livelli intorno al 2–3%, ma può oscillare nel tempo.

Inoltre, se un’operazione di validazione fallisce o subisce penalizzazioni, il fondo o la piattaforma che esegue lo staking può subire perdite in termini di asset impegnati. Per i detentori diretti su una piattaforma, il rischio tecnico è in parte mitigato dalla possibilità di cambiare fornitore o di ritirare l’asset; per gli azionisti di un ETF, invece, l’esposizione è vincolata alla struttura del fondo e agli orari dei mercati tradizionali.

Accesso, controllo e usabilità

Detenere ETH in un wallet personale offre massima flessibilità: trasferimenti, utilizzo in applicazioni DeFi, partecipazione a protocolli o staking autonomo. Anche conservando ETH su un exchange si mantiene generalmente la possibilità di prelevare e usare l’asset, sebbene con procedure diverse a seconda della piattaforma.

Con un ETF, invece, l’accesso è mediato dal mercato finanziario tradizionale: l’investitore compra e vende quote in borsa ma non può trasferire direttamente ETH in un wallet, né utilizzarlo in protocolli DeFi. Questa soluzione privilegia la semplicità e l’integrazione con conti e broker tradizionali, sacrificando però la proprietà diretta dell’asset.

Qual è la scelta più adatta?

La decisione dipende dagli obiettivi dell’investitore e dalla sua propensione alla gestione tecnica. Se la priorità è ottenere un rendimento senza gestire chiavi private, validatori o software, un ETF che effettua staking può rappresentare una soluzione comoda, anche a fronte di costi di gestione.

Se invece l’investitore valorizza la titolarità diretta, la possibilità di utilizzare ETH in applicazioni decentralizzate o la volontà di gestire autonomamente lo staking per massimizzare il rendimento netto, detenere l’asset su un wallet o su un exchange e occuparsene in prima persona rimane l’opzione preferibile.

In ogni caso è opportuno valutare attentamente commissioni, rischi operativi e la natura dell’accesso offerto dal prodotto scelto, oltre a considerare la propria strategia fiscale e l’orizzonte temporale dell’investimento.