Il piano Next Appennino crea 18mila nuovi posti di lavoro per la ricostruzione post-sisma

L’impatto stimato di Next Appennino sul prodotto interno lordo per il triennio 2027–2029 è di circa 3,8 miliardi di euro, con oltre 18.000 posti di lavoro generati: a beneficiare non è stato soltanto il comparto edile, ma anche la manifattura, in particolare la meccanica, grazie a investimenti mirati e misure di sostegno locale.

I dati sono il risultato di rielaborazioni effettuate dal Cresme su fonti ufficiali come Istat, Inps e il Ministero del lavoro, e riguardano le regioni colpite dagli eventi sismici a partire dal 2016: Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio.

Guido Castelli ha detto:

“Non ci siamo occupati solo di edifici da ricostruire, ma abbiamo pensato allo sviluppo. Siamo diventati una sorta di ‘Agenzia dell’Appennino centrale’ dove esistono aziende manifatturiere di eccellenza. Dal programma sono nati contratti di ricerca e investimenti importanti in imprese come Lube, Ariston Thermo, Sanofi, per citare alcuni esempi.”

I contratti di ricerca e il rilancio delle imprese

Per favorire la ricerca applicata e l’innovazione industriale si è scelto di adattare la misura tradizionale dei grandi contratti di ricerca — solitamente superiore ai 20 milioni — a una fascia più accessibile, compresa tra 1,5 e 20 milioni di euro. L’obiettivo è stato rendere questi strumenti utili anche alle Pmi, molto diffuse nel territorio, stimolando investimenti produttivi e tecnologici.

Castelli ha aggiunto:

“È nata così una nuova forma di sostegno alle imprese; abbiamo privilegiato chi mostrava un alto indice di innovazione, perché nelle imprese o si innova o si muore.”

La scelta di premiare il profilo innovativo nelle valutazioni dei progetti ha generato impegni finanziari significativi e contratti di collaborazione tra centri di ricerca e aziende locali, favorendo trasferimento tecnologico e valorizzazione delle filiere produttive presenti nell’area.

Esempi concreti di rilancio imprenditoriale

Sul territorio si registrano diversi casi di imprese che hanno consolidato o rilanciato la propria attività grazie agli interventi. Ad Amatrice, ad esempio, il caseificio Petrucci ha potuto riprendere e ampliare la produzione e la distribuzione, superando la fase più acuta della crisi.

A Corridonia, in provincia di Macerata, l’azienda L:A:S – Laser Art Style ha saputo integrare tradizione artigiana e tecnologie avanzate, affermandosi nei settori dell’home décor, della moda e degli interni automotive.

Ad Ascoli Piceno la start‑up Centauroos ha sviluppato soluzioni di economia circolare, trasformando macerie e materiali di risulta in elementi per l’arredo urbano e il design, con ricadute sia ambientali sia economiche.

Le tre crisi che si sono intrecciate

Il sisma del 2016 ha aggravato criticità già presenti sul piano demografico ed ambientale: il rischio di spopolamento delle aree interne, la perdita di giovani e competenze e la maggiore fragilità idrogeologica nelle zone montane hanno reso necessario un approccio integrato che non si limitasse alla ricostruzione edilizia.

Guido Castelli ha spiegato:

“Ci siamo posti il problema non solo di riparare case e scuole, ma di rilanciare territori a rischio spopolamento e deindustrializzazione, con conseguenze anche sul piano idrogeologico.”

In questo contesto alcune regioni del centro sono state ricomprese in fasce di transizione economica, con effetti sulle politiche di incentivazione e nella possibilità di accedere a misure straordinarie come l’estensione della ZES del Sud a porzioni del territorio. Il sisma ha dunque accelerato processi che richiedevano interventi strutturali.

Per affrontare la complessità delle esigenze è stato utilizzato anche un Fondo complementare di circa due miliardi per grandi cantieri a partire dal 2016, con l’estensione di interventi che hanno incluso anche il territorio de L’Aquila.

Distribuzione e tipologie di investimento

Una prima porzione rilevante delle risorse — oltre un miliardo di euro — è stata destinata al potenziamento delle infrastrutture viarie e digitali, considerate essenziali per ricucire il territorio alla rete nazionale e per permettere alle imprese locali di accedere a mercati e servizi. In quest’ottica sono stati promossi anche quattro Data center e avviati programmi di digitalizzazione degli archivi di 138 comuni del cratere.

La Misura B del piano Next Appennino è articolata su due direttrici principali: il rafforzamento dei centri di ricerca universitari e il miglioramento dell’offerta formativa per attrarre giovani talenti. A tal fine sono stati stanziati 62 milioni di euro per la creazione o il potenziamento di strutture di ricerca.

È stata messa in rete una convenzione tra le 12 Università del territorio centrale per favorire sinergie e creare poli capaci di offrire percorsi formativi e di ricerca mirati alle esigenze produttive locali. Complessivamente sono oltre 700 milioni di risorse in corso di erogazione, con una quota importante (circa 538 milioni) destinata a piccole e medie imprese e una porzione rivolta al terzo settore.

L’intervento è stato pensato per stimolare investimenti a tutti i livelli: dalla manutenzione e messa in sicurezza del patrimonio edilizio all’innovazione industriale, fino alle infrastrutture digitali e ai servizi di ricerca. Questa strategia mira a creare condizioni sostenibili per la crescita economica e la coesione territoriale nel medio-lungo periodo.



Author: Tony
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