Meccanica, tessile e call center: oltre 70 tavoli per salvare i posti di lavoro
- 6 Gennaio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Le crisi aziendali sotto osservazione del ministero delle Attività Produttive e del Made in Italy coinvolgono circa settanta situazioni tra vertenze aperte e casi in monitoraggio. Il 50% delle imprese in difficoltà appartiene al comparto metalmeccanico, il 35% al settore chimico-tessile e il 10% ai servizi di call center; complessivamente le situazioni interessano quasi sessantamila lavoratori, di cui circa 35mila seguiti ai tavoli di crisi e 24mila in monitoraggio.
L’ultima emergenza in ordine di tempo riguarda Natuzzi, che ha annunciato la chiusura degli stabilimenti di Altamura e Santeramo con 479 esuberi. Più in generale, le difficoltà dell’industria manifatturiera sono in aumento rispetto all’anno precedente e riflettono il calo prolungato della produzione industriale nazionale.
Accordi e stabilizzazioni
Di fronte a questi scenari, l’intervento del ministero ha spesso permesso di contenere dismissioni e licenziamenti. Secondo i dati ufficiali del Mimit, nell’ultimo anno sono stati siglati 27 accordi o soluzioni di crisi che hanno portato alla stabilizzazione di posti di lavoro, per un bacino complessivo di circa 13mila addetti. L’attività ministeriale ha spaziato dalla ricerca di nuovi acquirenti a proposte di riconversione industriale.
Tra i casi in cui si è riusciti a evitare la chiusura figurano aziende come La Perla, l’ex Cinzano appartenuta a Diageo, la chimica Venator, Nerviano Medical Sciences, l’aeronautica Dema, nonché gruppi commerciali come Coin e l’industria tessile Sofinter di Gioia del Colle. Questi interventi hanno impedito licenziamenti immediati e aperto percorsi di rilancio o di vendita strategica.
Le cause delle crisi sono diverse: alcune derivano da problemi di lunga data, come la crisi dell’acciaio legata all’ex Ilva, altre sono connesse alla profonda difficoltà del settore automotive. A queste si aggiungono problemi localizzati, come il distretto minerario del Sulcis in Sardegna, dove incidono le vicende di Sideralloys Italia (ex Alcoa), Eurallumina e Glencore. Il quadro territoriale segnala come il Mezzogiorno presenti ancora le criticità più accentuate.
Tra le vertenze più complesse nell’automotive c’è quella di Acc (Automotive Cells Company), con la rinuncia al progetto della gigafactory di batterie a Termoli. Il progetto, tempo fa sostenuto anche da Stellantis, non è stato rilanciato e lo stabilimento molisano, che produce motori e impiega circa duemila persone, rischia una marginalizzazione industriale prolungata.
Le ragioni di questo ridimensionamento sono multiple: costi energetici elevati, forte concorrenza internazionale — in particolare dalla Cina — e un mercato in parte indecifrabile. L’effetto possibile è una crisi industriale strutturale per il Molise e un impatto significativo sull’indotto regionale.
Situazioni analoghe si registrano in Basilicata, dove sono aperti due tavoli per l’indotto di Stellantis a San Nicola di Melfi. Per la componentistica la società Pmc ha raggiunto un accordo nell’ambito di un’area di crisi complessa che prevede formazione e strumenti di sostegno per circa 90 lavoratori. Per altri fornitori, come Brose, la via della riconversione produttiva appare l’unica opzione praticabile dopo la perdita dell’unico committente principale.
Le crisi strutturali
Altre crisi toccano infrastrutture energetiche e raffinerie: le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia e la raffineria di Priolo in Sicilia, quest’ultima in parte destinata a processi di riconversione per la produzione di biocarburanti. Questi casi combinano problemi ambientali, occupazionali e di compatibilità con gli obiettivi di decarbonizzazione.
Nel Sulcis si sta valutando l’utilizzo della manodopera attualmente in cassa integrazione per impieghi nella filiera della difesa, con riferimento a Rwm Italia, controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, specializzata in sistemi d’arma. Il ritardo nell’avanzamento del progetto produttivo è legato soprattutto a questioni procedurali e politiche sull’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas.
La valutazione d’impatto ambientale, di competenza regionale, non ha ancora ricevuto un determinazione definitiva dalla giunta della Sardegna, provocando lo scadere dei termini fissati dal Tar e mettendo sul tavolo la possibilità di un commissariamento da parte del governo. Queste dinamiche evidenziano il confronto tra responsabilità regionali e intervento statale nelle scelte industriali strategiche.
Le ricadute sociali e territoriali di questi eventi richiedono risposte articolate: politiche industriali mirate, strumenti per abbattere i costi energetici delle filiere strategiche, piani per la riqualificazione professionale e incentivi per attrarre investimenti sostenibili. Il ruolo del ministero, delle autorità regionali, delle parti sociali e delle istituzioni europee sarà determinante per orientare riconversioni compatibili con gli obiettivi climatici e per preservare i livelli occupazionali.