Pannelli: allarme Cbam, costi in aumento del 10%
- 24 Dicembre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Aumenti dei costi di produzione dell’ordine del 10% che si rifletteranno inevitabilmente sui prezzi rivolti sia alle imprese clienti sia ai consumatori finali: questa è la preoccupazione espressa dalle filiere industriali dopo l’entrata in vigore, a partire dal 1° gennaio, del Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), la normativa UE che introduce un meccanismo di tariffazione sulle importazioni di materie prime e semilavorati ad elevata intensità di emissioni di CO2. Tra i prodotti interessati figura la urea, derivato del gas naturale impiegato soprattutto in agricoltura come fertilizzante e, in misura rilevante, nell’industria come componente per la produzione di resine utili nei processi di fabbricazione dei pannelli.
Obiettivi e rischi del provvedimento
Il Cbam è stato concepito con l’obiettivo di proteggere le produzioni europee sottoposte a regole stringenti di decarbonizzazione, incentivando i fornitori extra‑UE a ridurre le emissioni o ad adottare fonti rinnovabili, e ristabilendo condizioni di competitività sul piano dei prezzi. La norma è stata inizialmente discussa soprattutto in relazione a settori ad alta intensità energetica come l’acciaio, l’alluminio e il cemento, ma il suo impatto si estende anche ad altre filiere che dipendono da importazioni di semilavorati.
Per alcune catene produttive, in particolare quella dei pannelli in legno destinati alla produzione di mobili e all’edilizia, l’introduzione del meccanismo rischia di compromettere la competitività: questi processi richiedono volumi significativi di urea per la formulazione delle resine impiegate nella produzione, e la carenza di capacità produttiva europea rende il settore particolarmente vulnerabile.
Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli, ha spiegato:
“Se questa normativa può avere effettivamente uno scopo di tutela per i produttori di materie prime (come acciaio, alluminio e cemento), nel caso dell’urea diventa un boomerang, perché dopo la crisi del gas del 2022 in Europa è quasi sparita la produzione di questo prodotto.”
A rischio la competitività europea
La capacità produttiva europea di urea oggi è limitata: secondo le stime disponibili copre poco più del 20% del fabbisogno delle filiere che la utilizzano, mentre la produzione effettiva si attesta su livelli inferiori al 10%. La conseguenza è che i maggiori oneri derivanti dal Cbam si tradurranno in costi aggiuntivi per i produttori europei, riducendo la competitività dei manufatti che necessitano di queste materie prime importate.
Le associazioni di settore avevano chiesto alla Commissione europea di escludere dall’applicazione del meccanismo l’urea a uso industriale, sostenendo che, a differenza dell’urea impiegata come fertilizzante, la CO2 incorporata nei prodotti finiti resta immagazzinata nelle stesse produzioni e non viene dispersa nell’ambiente. La richiesta non ha però trovato accoglimento da parte di Bruxelles.
Paolo Fantoni ha osservato:
“Si tratta dell’ennesimo provvedimento che ci mette in difficoltà, come Paese e come Europa. Il Cbam riguarda solo le materie prime e i semilavorati, ma non i prodotti finiti: così i manufatti realizzati in Paesi terzi, pur utilizzando urea, non saranno sottoposti a questo balzello e potranno entrare in Europa senza sostenere i costi che invece gravano sui produttori europei.”
Dal punto di vista economico e politico, la situazione apre diverse questioni: l’applicazione selettiva del meccanismo sui soli input produttivi può favorire l’outsourcing della produzione verso Paesi terzi, con potenziali impatti negativi su occupazione, filiere locali e transizione industriale. Sul piano istituzionale, la discussione coinvolge la Commissione europea, il Parlamento europeo e le autorità nazionali competenti per la politica industriale e climatica, che dovranno valutare eventuali misure di accompagnamento, esenzioni mirate o interventi per sostenere la riconversione produttiva.
Per mitigare gli effetti più nocivi, le opzioni possibili includono il sostegno agli investimenti per la produzione locale a basse emissioni, meccanismi transitori di compensazione dei costi per le industrie strategiche e l’introduzione di criteri più sofisticati di conteggio del carbonio incorporato nei prodotti finiti. Le decisioni su questi punti avranno ripercussioni sulle relazioni commerciali internazionali e sulle politiche industriali nazionali.
In assenza di interventi correttivi o di strumenti di accompagnamento adeguati, molte aziende europee che operano nelle filiere intensive di materie prime rischiano di vedere erosa la loro capacità competitiva sul mercato globale, con possibili effetti a cascata sull’occupazione e sugli investimenti nel settore della lavorazione del legno e in altri comparti collegati.