Ferrari sotto pressione: 17 miliardi bruciati in due mesi

Ferrari paga l’incertezza sulle stime e la sfida della transizione verso l’elettrico, con il titolo che ha evidenziato perdite significative in Borsa durante le recenti sedute e che è stato oggetto di revisioni delle valutazioni da parte di alcune case d’affari.

Da inizio anno bruciati 16 miliardi

La serie di sedute negative ha ridimensionato la capitalizzazione di Ferrari e i multipli a cui viene scambiata la società. Dal 7 ottobre, alla vigilia della presentazione del piano strategico, il titolo è passato da livelli intorno a 420 euro per azione a quotazioni che hanno toccato i 315 euro, con una perdita di valore che in poche settimane ha comportato una riduzione della capitalizzazione per decine di miliardi di euro.

Se si confrontano i valori più recenti con quelli registrati a febbraio, quando la holding Exor guidata da John Elkann ha collocato una porzione del suo pacchetto, la capitalizzazione andata persa sale complessivamente a circa 30 miliardi, evidenziando la scala dell’assestamento sui corsi azionari della Casa di Maranello.

I dubbi sul piano industriale

La pressione sul titolo è aumentata dopo la presentazione del piano industriale, che delinea un obiettivo di ricavi pari a 9 miliardi di euro nel 2030 e prevede investimenti complessivi di 4,7 miliardi nei prossimi cinque anni, accanto al lancio della prima vettura completamente elettrica della casa.

Il piano indica inoltre una rotazione dell’offerta con una composizione prevista a regime nel 2030 di circa 40% di vetture a combustione interna, 40% ibride e 20% elettriche. Tuttavia i numeri annunciati sono stati valutati dal mercato come conservativi rispetto a stime più aggressive a cui gli investitori erano abituati, suscitando interrogativi sulla capacità di crescita delle vendite e dei margini in un contesto di elevati investimenti tecnologici.

La transizione all’elettrico comporta costi significativi in ricerca e sviluppo, adattamenti alla catena di fornitura e investimenti in infrastrutture produttive, elementi che possono comprimere i margini nel medio termine e richiedere scelte strategiche che bilancino esclusività del brand e volumi di vendita.

I giudizi delle banche d’affari

Nel corso delle ultime sedute diverse banche d’affari hanno aggiornato valutazioni e previsioni sul titolo. In particolare Jefferies ha rivisto al ribasso il prezzo obiettivo, mentre Morgan Stanley ha iniziato la copertura con un giudizio di tipo “equal-weight”.

Jefferies ha abbassato il target price a 310 euro da 345 euro e ha ridotto le stime per i prossimi tre anni, mantenendo sostanzialmente inalterate le attese per il quarto trimestre in corso. La banca stima consegne in leggera flessione per il 2026 (-0,4%), con una ripresa contenuta nel 2027 (+0,4%) e nel 2028 (+1,1%), valori inferiori rispetto al consensus degli analisti.

Secondo Jefferies, anche le previsioni sui margini e sull’utile per azione risultano più deboli rispetto al consenso, riflettendo una visione prudente sulle consegne e sull’impatto degli investimenti legati alla transizione tecnologica.

Questo tipo di revisioni da parte delle istituzioni finanziarie influisce sulla percezione degli investitori istituzionali e retail, e può determinare un incremento della volatilità del titolo nel breve periodo. Per la società ciò significa dover bilanciare la comunicazione finanziaria con possibili aggiustamenti strategici, come ritmi di lancio diversi, revisioni degli obiettivi di profitto o misure di contenimento dei costi per tutelare i margini.

Per gli azionisti di riferimento, come Exor, e per il management, la sfida sarà dimostrare la credibilità del percorso di transizione e la sostenibilità dei risultati attesi, anche attraverso indicatori operativi più dettagliati e aggiornamenti periodici che permettano agli investitori di valutare l’evoluzione delle vendite, dei costi industriali e del ritorno sugli investimenti.



Author: Tony
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