L’eccesso di petrolio durerà fino al 2026: perché è difficile prevederne l’entità

Il mercato petrolifero, che per buona parte dell’anno è stato caratterizzato da un eccesso di offerta, era considerato destinato a trasformarsi in un vero e proprio glut entro il 2026, con stime che ipotizzavano fino a 4 milioni di barili al giorno in surplus e un conseguente ulteriore calo dei prezzi mondiali.

Tuttavia, una mossa imprevista della US Treasury la scorsa settimana, che ha imposto sanzioni ai due maggiori produttori petroliferi russi, ha modificato sensibilmente le previsioni e la dinamica di mercato.

Sintesi dello scenario

Secondo gli esperti del settore, l’eccesso di offerta — oggi stimato intorno a 1,9 milioni di barili al giorno — è destinato a persistere fino al 2026. Tuttavia, le recenti tensioni geopolitiche potrebbero limitarne l’espansione rispetto alle proiezioni più pessimistiche.

Per il comparto petrolifero, una riduzione dell’accumulo eccedente potrebbe offrire un supporto ai prezzi in un settore già sotto pressione. Per i consumatori, invece, potrebbe tradursi in prezzi alla pompa leggermente superiori alle attese, dato che il greggio costituisce circa la metà del costo finale dei carburanti.

Andamento dei prezzi di riferimento

I futures sul Brent, punto di riferimento globale, hanno perso oltre il 13% dall’inizio dell’anno e si attestano intorno ai 64 dollari al barile. Il benchmark statunitense, il West Texas Intermediate (WTI), è sceso di oltre il 14% e quota circa 60 dollari.

Negli ultimi sei mesi entrambi i benchmark hanno comunque registrato una fase di scambi relativamente stabili, senza movimenti direzionali prolungati.

Domanda robusta e accumuli commerciali

Da un lato, la domanda è rimasta sorprendentemente resiliente nel corso dell’anno: la China ha accumulato scorte oltre il fabbisogno domestico, contribuendo ad assorbire parte del surplus che altrimenti avrebbe esercitato ulteriore pressione sui prezzi.

On the same note, la domanda dal Medio Oriente si è mantenuta più solida del previsto e la India ha incrementato gli acquisti approfittando del petrolio russo a prezzi più bassi, secondo analisti del settore.

Contemporaneamente, il cartello OPEC+ ha aumentato i target di produzione per sei mesi consecutivi, l’ultima volta all’inizio di ottobre con un incremento di 137.000 b/d. A livello globale ci sono ora quasi 1,4 miliardi di barili stoccati sulle navi, a seguito di una fase record di accumulo durato dieci settimane.

Anche se la China sta espandendo la capacità di stoccaggio, non può trattenere all’infinito volumi così elevati, il che lascia aperta la questione di dove finirà l’olio in eccesso.

Jim Burkhard ha detto:

“Da un certo punto di vista i fondamentali sono sani. Ma c’è un’ondata di petrolio che sta arrivando sul mercato … che dovrà trovare una collocazione.”

Proiezioni dell’Agenzia Internazionale

L’ultima stima della International Energy Agency (IEA) indica che l’eccesso di offerta potrebbe raggiungere una soglia “insostenibile” di 4 milioni di b/d nel 2026, raddoppiando la media del surplus osservata nei primi nove mesi dell’anno.

Questa tendenza pone il mercato in un punto critico: o i produttori frenano la produzione, o altri paesi accelerano gli accumuli per riequilibrare domanda e offerta a livelli più sani.

Toril Bosoni ha detto:

“Il mercato petrolifero globale potrebbe essere a un punto di svolta.”

Effetto delle sanzioni contro la Russia

La prospettiva di un enorme accumulo è rimasta prevalente fino al 22 ottobre, quando la US Treasury ha annunciato sanzioni contro Rosneft e Lukoil, i due maggiori produttori russi. A seguito dell’annuncio, i futures di Brent e WTI hanno registrato incrementi superiori al 5%, segnando la migliore settimana dall’estate.

Secondo stime di Goldman Sachs, Rosneft e Lukoil esportano complessivamente circa 3 milioni di b/d. La porzione di tale offerta che verrà effettivamente rimossa dal mercato è un elemento chiave per le dinamiche dei prezzi globali.

Gli analisti di Goldman Sachs stimano che nel 2026 potrebbero essere a rischio tra i 500.000 e i 600.000 b/d di offerta russa: in questo scenario i prezzi si ridurrebbero ulteriormente, portando il Brent e il WTI rispettivamente a circa 56 e 52 dollari al barile.

Se invece le sanzioni fossero applicate in modo più esteso e la fornitura russa si riducesse di 1,5 milioni di b/d, l’offerta globale crollerebbe e il surplus atteso per il 2026 risulterebbe molto più contenuto, con prezzi che salirebbero oltre 84 e 70 dollari prima di stabilizzarsi intorno a 73 e 63 dollari per Brent e WTI.

Un elemento cruciale è il rischio percepito dagli acquirenti di greggio russo: sotto le sanzioni della US Treasury le società potrebbero trovarsi a fronteggiare multe o l’esclusione dal sistema finanziario statunitense, disincentivando gli acquisti.

Analisti di mercato rilevano che importanti importatori indiani hanno già annunciato l’intenzione di ridurre gli acquisti di greggio russo nel breve termine a causa delle sanzioni, contribuendo così a comprimere la domanda verso quella fonte.

Analogie storiche e dinamiche di reazione

La situazione ricorda misure passate: quando furono imposte sanzioni restrittive contro l’export petrolifero iraniano nel 2018, i prezzi del Brent salirono fino a circa 86 dollari al barile. Tuttavia, autorizzazioni temporanee concesse a molti compratori fecero rientrare i prezzi intorno ai 50 dollari nell’arco di poche settimane.

Questo episodio evidenzia come le risposte politiche e commerciali possano modificare rapidamente l’impatto delle misure restrittive sulle quotazioni internazionali.

Valutazioni degli analisti e prospettive per il 2026

Secondo l’analista di Mizuho, la sovraofferta prevista per il 2025 non si è materializzata nei termini più drastici attesi, segnale che l’eccesso del 2026 potrebbe risultare meno severo del previsto.

Nitin Kumar ha detto:

“C’è una forza di fondo nella domanda. L’atteso accumulo globale di scorte sta finalmente emergendo, ma le condizioni di eccesso potrebbero essere di breve durata.”

Gli operatori sperano in una combinazione favorevole di fattori di mercato che mantenga i prezzi stabili, anche se la probabilità che si verifichi questa ‘magia’ è considerata bassa.

Un sondaggio della Kansas City Federal Reserve indica che il prezzo di pareggio per la redditività delle aziende petrolifere e del gas statunitensi si colloca attorno a 63 dollari al barile, mentre il livello necessario per incentivare un significativo aumento delle trivellazioni è stimato intorno ai 78 dollari, soglia che il WTI non raggiunge dallo scorso gennaio.

Jim Burkhard ha detto:

“È paura e fondamentali. Quale dei due la farà da padrone adesso?”

Implicazioni per consumatori e operatori

Per i produttori: prezzi moderatamente più alti potrebbero alleviare pressioni sui margini, ma l’incertezza normativa e geopolitica rimane un fattore di rischio significativo per gli investimenti e i piani di produzione.

Per i consumatori finali: variazioni nei listini del greggio si traducono con un certo ritardo nei prezzi alla pompa, pertanto un glut meno ampio del previsto potrebbe comportare costi del carburante leggermente superiori rispetto alle stime precedenti.

Per i responsabili politici e i regolatori: il dilemma sarà bilanciare la stabilità dei mercati energetici con le strategie geopolitiche, considerando anche gli impatti sull’economia nazionale e sulla sicurezza energetica.

Conclusione

Il quadro di riferimento per il 2026 resta dominato dall’incognita sulla dimensione dell’eccesso di offerta: i fondamentali mostrano segnali di solidità della domanda, mentre le sanzioni e le reazioni degli acquirenti costituiscono il fattore più volatile e determinante per le quotazioni future.

Nel breve termine, gli operatori del mercato e i decisori politici dovranno monitorare l’evoluzione delle sanzioni, le risposte dei principali importatori e la capacità di stoccaggio globale per valutare come si ridistribuirà l’equilibrio tra domanda e offerta.