La bandiera italiana perde il 3% delle navi ogni anno a causa della burocrazia

La bandiera italiana sta registrando una perdita di navi iscritte al registro nazionale di circa il 3% annuo da diversi anni, un fenomeno evidenziato da Confitarma attraverso il suo direttore generale, Luca Sisto, che ha richiamato l’attenzione su osservazioni già avanzate dal presidente dell’associazione, Mario Zanetti, nell’ultima assemblea pubblica autunnale. Al centro della criticità c’è una burocrazia che rende l’iscrizione delle navi in Italia più complessa e onerosa rispetto ad altri Paesi europei.

Luca Sisto ha detto:

“Il Registro navale internazionale e la tonnage tax sono pilastri essenziali per poter navigare sotto bandiera italiana e per gestire le flotte dalla Italia. Sono condizioni necessarie per mantenere un’industria marittima nazionale; tuttavia non bastano più. Nonostante l’esistenza del registro internazionale e della tonnage tax, la flotta nazionale diminuisce di circa il 3% all’anno. Confitarma ha individuato la ragione: il procedimento di registrazione in Italia comporta costi amministrativi maggiori, anche di 300-400 mila euro per nave, rispetto a bandiere europee con regimi simili.”

Dal 2010 uscite dalla flotta 458 unità

L’analisi dell’ufficio studi di Confitarma mostra che, nel 2010, la flotta italiana era ancora in crescita: contava circa 1.664 unità, con una stazza lorda complessiva intorno ai 17,3 milioni di tonnellate. Dal 2011 è iniziata una tendenza alla contrazione: il numero di navi è diminuito gradualmente mentre la stazza, per un certo periodo, è aumentata perché le unità diventavano mediamente più grandi.

Dal 2013 la flessione ha coinvolto sia il numero di scafi sia il tonnellaggio. Nell’ultimo dato disponibile, relativo al 2024, le navi battenti bandiera italiana risultano 1.206 (erano 1.237 l’anno precedente) e la stazza lorda si è attestata su circa 12,5 milioni di tonnellate. Complessivamente, dal 2010 sono uscite dalla flotta 458 unità.

Luca Sisto ha detto:

“Per fermare questa erosione dobbiamo intervenire su tutte le condizioni operative e amministrative che riguardano la gestione delle navi sotto bandiera italiana o da società con sede in Italia. Serve un patto nazionale per la semplificazione: non si tratta di deregolamentare, ma di avere regole efficaci e allineate a quelle degli altri Paesi.”

Registrare una nave italiana? Un inferno

I rappresentanti di categoria denunciano che le pratiche di iscrizione sono frammentate tra più enti e scoraggiano le armatoriali. Secondo le segnalazioni raccolte, ritardi burocratici e incombenze sovrapposte possono provocare fermi in porto anche di più giorni, con costi diretti e indiretti per gli armatori.

Luca Sisto ha detto:

“Registrare una nave in Italia è diventato un inferno. Se, per esempio, le pratiche non vengono completate entro un determinato giorno della settimana e devi ottenere permessi da quattro amministrazioni diverse, la nave può restare ferma tre giorni in porto senza bandiera. In altri Paesi marittimi si risolve spesso con una semplice mail e un pdf. Questo accade in posti come Malta, Madeira o Cipro. Se sei all’estero, invece, devi rivolgerti a un consolato per ottenere un passavanti provvisorio: se il consolato è chiuso o impegnato in altri servizi, l’appuntamento non viene fissato e la nave non può ottenere la bandiera né l’iscrizione al registro di bandiera. Sono situazioni che non hanno paragoni con altre giurisdizioni.”

La critica principale è che la complessità amministrativa penalizza la competitività degli armatori italiani rispetto ai concorrenti europei e internazionali. Le proposte avanzate mirano a mantenere standard di sicurezza e controllo elevati, ma a ridurre tempi e costi burocratici rendendo le procedure confrontabili con quelle delle altre bandiere europee.



Author: Tony
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