Una maggiore visibilità su dazi e prezzi spinge i farmaceutici in Borsa
- 15 Ottobre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Negli ultimi dodici mesi, il settore farmaceutico ha mostrato una vivacità notevole, caratterizzata da una serie di operazioni strategiche che mostrano un ridisegno degli equilibri, soprattutto a livello geografico. Da un lato, si segnala l’accordo di Pfizer con l’amministrazione americana sul tema dei prezzi dei farmaci e la quotazione in borsa di Astrazeneca a Wall Street. Dall’altro, si osserva un progressivo disimpegno dalle attività finanziarie nel Regno Unito, accompagnato da un aumento degli investimenti negli Stati Uniti, soprattutto nel campo della ricerca e sviluppo e della produzione.
Secondo Stephen Farrelly, responsabile globale per il comparto pharma e healthcare presso la divisione investment banking di ING, complessivamente le grandi aziende farmaceutiche hanno annunciato investimenti per oltre 400 miliardi di dollari negli Stati Uniti. In particolare, le politiche tariffarie introdotte hanno incentivato il rafforzamento della produzione nazionale mirata a sostenere il “Made in America”. Questo ha avuto un impatto significativo nel mercato farmaceutico, considerando che gli Stati Uniti rappresentano il mercato più profittevole a livello globale, dove i prezzi dei farmaci con brevetto sono tra i più elevati al mondo.
Un esempio concreto di questa tendenza è rappresentato dall’avvio, da parte di Astrazeneca, della costruzione di un nuovo stabilimento per la produzione di ingredienti farmaceutici attivi (API) a Charlottesville, in Virginia. Il progetto, con un investimento complessivo di 4,5 miliardi di dollari, anticipa una serie di ulteriori iniziative analoghe, coinvolgendo sia aziende americane sia europee.
Accordi con l’amministrazione americana sul prezzo dei farmaci
Un altro fronte importante riguarda la questione dei prezzi farmaceutici negli Stati Uniti. Il primo accordo con il governo è stato stipulato da Pfizer, presto seguito da quello di Astrazeneca. Farrelly spiega che tali intese introducono una forma di “prezzo di nazione più favorita”, ma con una novità significativa: la possibilità per i consumatori di acquistare i farmaci direttamente dalle aziende tramite un canale digitale dedicato (il sito web TrumpRx).
Stephen Farrelly ha dichiarato:
“Le imprese farmaceutiche hanno sempre fatto notare che circa il 50% della spesa per i farmaci non va a loro, ma ad altri soggetti nella catena distributiva. Pertanto, se i farmaci vengono venduti direttamente ai consumatori con uno sconto del 50%, le aziende mantengono comunque margini invariati.”
La conseguenza più rilevante riguarda i distributori tradizionali, come le grandi catene di farmacie (ad esempio Walgreens Boots Alliance), che vedrebbero ridursi ricavi e margini. L’accordo, quindi, salvaguarda le società produttrici, ma penalizza gli intermediari della filiera.
Da ING si sottolinea inoltre che qualora si estendesse l’intesa a tutti i produttori di farmaci con marchio, si potrebbe generare un risparmio potenziale di circa 1,9 miliardi di dollari a favore degli americani non assicurati, che rappresentano attualmente circa l’8% della popolazione e potrebbero salire al 10-12% grazie alle recenti riforme sanitarie conosciute come “One Big Beautiful Bill”. Questo corrisponderebbe a un vantaggio economico per circa 30 milioni di persone.
Tuttavia, questo risparmio si percepisce solo marginalmente rispetto ai 590 miliardi di dollari complessivi del mercato farmaceutico statunitense.
Il tema dei farmaci generici
La dinamica cambia quando si considerano i farmaci generici. Farrelly osserva che i dazi imposti nei confronti di India e Cina, paesi cardine nella produzione e fornitura di farmaci non di marca, determineranno un aumento dei prezzi per questi prodotti.
Stephen Farrelly ha evidenziato:
“I dazi su India e Cina rimarranno elevati a lungo termine e non prevediamo accordi simili a quelli di Pfizer per il segmento dei farmaci generici. Di conseguenza, gli aumenti di prezzo dei medicinali non di marca potrebbero compensare i risparmi ottenuti grazie agli accordi con le big pharma.”
Collaborazioni con le biotech cinesi e orientamento verso l’Asia
Il settore farmaceutico guarda con crescente interesse all’Asia, in particolare per l’innovazione nel campo delle terapie. Negli ultimi anni, sono aumentati in modo significativo gli accordi di licenza e le partnership con le biotech cinesi, che si stanno imponendo rapidamente a livello globale. Nel 2014, infatti, solo il 4% delle nuove molecole in sviluppo proveniva dalla Cina, ma questa quota è cresciuta in misura considerevole, riflettendo un cambiamento nell’ecosistema internazionale della ricerca farmaceutica.
Questa evoluzione sottolinea la centralità di un approccio sempre più transfrontaliero, dove alleanze strategiche e fusioni e acquisizioni rappresentano strumenti fondamentali per rimanere competitivi in un mercato in rapido cambiamento.
Nel 2024 la quota è aumentata al 27%, segnando un cambiamento significativo. Oggi la Cina non rappresenta più solo una destinazione di produzione a basso costo, ma si sta affermando come un centro di innovazione biotecnologica avanzata. Il governo cinese ha allentato alcune normative sugli investimenti, facilitando collaborazioni con imprese americane. Diversi esperti prevedono addirittura che la “prossima Pfizer” potrebbe nascere proprio in Cina.
Farrelly evidenzia:
“In passato, i principali poli di ricerca erano localizzati a Cambridge (Massachusetts), San Francisco, San Diego, e in Europa a Oxford e Cambridge. Oggi la Cina sta emergendo come un nuovo hub di innovazione. Le grandi aziende farmaceutiche statunitensi, impossibilitate ad acquisire direttamente società cinesi per via delle restrizioni sugli investimenti, ricorrono a contratti di licensing per accedere ai farmaci in fase di sviluppo.”
La situazione europea in ritardo
Le strategie di investimento di Stati Uniti e Cina rischiano di mettere le aziende europee in una posizione difficile. Secondo l’esperto di Ing, l’Europa mantiene ancora una solida competenza nel settore biotecnologico e università di primissimo livello, ma potrebbe trovarsi schiacciata tra i due giganti globali. È necessario sviluppare una strategia europea più coerente e condivisa, in grado di attrarre capitali e tutelare sia la capacità produttiva sia quella di ricerca sul territorio.
In quest’ottica, alcune società svizzere hanno recentemente diffuso una lettera aperta sul Financial Times, sollecitando l’Unione Europea a riconsiderare la politica relativa ai prezzi farmaceutici. Nella loro analisi sostengono che il continente non può permettersi di continuare a sottostimare gli investimenti nel settore farmaceutico, rischiando così di essere sorpassato da Stati Uniti e Cina.