Al via la seconda settimana di shutdown ecco come è andata Wall Street nei 22 casi precedenti
- 5 Ottobre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
L’America è entrata nella seconda settimana di shutdown, e come spesso succede in queste situazioni, gli investitori si trovano a dover procedere senza punti di riferimento chiari. La sospensione delle attività governative blocca la pubblicazione di dati macroeconomici cruciali, come il rapporto mensile sull’occupazione e le statistiche sull’inflazione, privando così i mercati delle informazioni fondamentali che normalmente aiutano a guidare le decisioni finanziarie.
Il risultato è un mercato che si muove principalmente sulla base del sentimento e delle aspettative, mancando dei consueti indicatori quantitativi. Questo scenario amplifica l’incertezza e aumenta la volatilità, anche se la storia mostra che l’impatto di uno shutdown sui mercati non è sempre diretto o prevedibile.
L’Stati Uniti si trovano ora ufficialmente in shutdown, una situazione che ha ripercussioni importanti non solo sulla macchina amministrativa ma anche sul funzionamento dei mercati finanziari.
Il rapporto storico tra shutdown e mercati finanziari
Dal 1976, anno di introduzione dell’attuale sistema di bilancio federale, si sono verificati 22 shutdown di diversa durata e portata. Alcuni sono stati brevissimi, durando poche ore o giorni, mentre altri hanno avuto effetti più significativi, come i 21 giorni del 1995-1996 sotto Bill Clinton, i 16 giorni del 2013 con Barack Obama e soprattutto il record di 34 giorni fra il 2018 e il 2019 sotto Donald Trump, ancora oggi il shutdown più lungo nella storia americana.
Nonostante questi episodi di crisi, i mercati hanno mostrato nel complesso una notevole capacità di resistere e recuperare rapidamente. Analizzando i dati degli ultimi cinquant’anni, emerge un quadro complesso. Nel periodo immediatamente coincidente con lo shutdown, l’indice S&P 500 è aumentato in circa il 54,5% dei casi, un lieve vantaggio numerico che sottolinea come le crisi politiche possano avere effetti differenziati, spesso più influenzati dal contesto macroeconomico globale che dalla paralisi politica in sé.
Quando però si considera un orizzonte temporale più ampio, come i dodici mesi successivi a uno shutdown, la tendenza diventa molto più chiara: in quasi l’86% dei casi l’indice ha registrato una performance positiva, con una crescita media del 12,7%. Questo indica che gli investitori tendono a percepire queste interruzioni governative come eventi temporanei, più simili a dispute politiche che a reali minacce strutturali per l’economia.
Le eccezioni in cui le borse hanno sofferto
Non sono mancati episodi in cui le borse hanno risentito negativamente dello shutdown. Nel novembre 1995, ad esempio, il mercato azionario perse il 3,7% durante i cinque giorni di chiusura amministrativa. In un altro caso, nell’autunno del 1976, durante gli 11 giorni di sospensione sotto Gerald Ford, l’S&P 500 registrò un calo pari al 3,5%. Più recentemente, nell’ottobre 2013, durante lo shutdown di 16 giorni con il presidente Obama, l’indice accusò una contrazione dell’1,1%.
Tuttavia, anche in queste situazioni le performance a medio termine hanno mostrato un recupero, riportando i mercati in territorio positivo nei dodici mesi successivi. Questo suggerisce che le flessioni osservate erano più da attribuirsi a fattori esterni o fisiologici, piuttosto che alle conseguenze dirette della paralisi del Congresso.
La risposta attuale di Wall Street allo shutdown
Questi dati storici spiegano perché, anche in assenza di report economici fondamentali e di eventi capaci di muovere significativamente i mercati, la reazione di Wall Street nelle ultime settimane sia stata relativamente contenuta. La mancanza di dati ufficiali costringe gli operatori a operare senza visibilità completa, affidandosi a indicatori secondari o segnali tecnici.
Tuttavia, non si percepisce che lo shutdown possa causare turbolenze marcate. Paradossalmente, l’assenza di report chiave come i dati sull’occupazione o sull’inflazione mensile riduce il rischio di improvvisi spostamenti legati a interventi della politica monetaria. In questa situazione, gli investitori sembrano concentrarsi maggiormente sulle tendenze complessive dei mercati piuttosto che sulle dichiarazioni della Federal Reserve.