Il private equity vuole aiutare i risparmiatori a guadagnare di più ma capire i rendimenti può farti impazzire

I fondi fino a poco tempo fa riservati esclusivamente agli investitori istituzionali stanno iniziando a comparire nei piani pensionistici 401(k). L’industria del private equity sostiene che questi fondi possano offrire agli investitori rendimenti superiori, ma i metodi utilizzati per la loro rendicontazione rimangono spesso poco trasparenti e di difficile comprensione.

Quando si sceglie un fondo in cui investire all’interno del piano pensionistico offerto dal datore di lavoro, è consuetudine verificare la performance del fondo prima di impegnare capitale.

Questa abitudine potrebbe tuttavia essere messa alla prova con l’introduzione crescente di investimenti alternativi, come il private equity, asset che fino a oggi erano pressoché preclusi agli investitori retail. Solo una minoranza dei piani pensionistici – circa il 2,2% nel 2023 – ha iniziato a includere queste opzioni, ma un ordine esecutivo emanato nell’agosto scorso dall’Amministrazione Trump potrebbe accelerare questo processo.

Secondo il settore, gli investitori ordinari avranno così la possibilità di accedere a una classe di attività che ha generato numerosi miliardari, dando loro esposizione al cosiddetto mercato privato, una parte sostanziale dell’economia americana – caratterizzata da aziende con fatturato superiore ai 100 milioni di dollari – che rimane quasi interamente privata.

Tuttavia, i rendimenti nel mercato privato sono spesso di difficile interpretazione e molto complessi, cosa che può rappresentare un ostacolo significativo per i risparmiatori comuni nel valutare correttamente le opportunità o nel confrontarle con benchmark più noti.

Le sfide nella valutazione delle performance

Un elemento centrale per il settore del private equity è l’impiego della metrica chiamata Internal Rate of Return (IRR), o tasso interno di rendimento, per descrivere la performance dei fondi. Nelle comunicazioni di marketing, l’IRR può apparire spesso estremamente elevato, anche superiore al 30%, ma è importante comprendere che non si tratta di un rendimento semplice da interpretare come un interesse su un investimento.

Jeffrey Hooke, ex dirigente in investimenti del World Bank con esperienza diretta nell’industria, ha spiegato:

“Molte persone pensano che l’IRR sia analogo al rendimento di un’obbligazione governativa, ma in realtà è una formula che incentiva determinate strategie, come vendere aziende performanti o distribuire dividendi nelle fasi iniziali di un fondo.”

Eileen Appelbaum, co-direttrice del Center for Economic and Policy Research, conferma che l’IRR può essere facilmente “manipolato”.

“L’IRR può mostrare numeri molto alti, ma il valore reale si discosta significativamente da queste cifre elevatissime. Come sanno tutti i fondi pensione pubblici e i professionisti della finanza, non è denaro pronto da incassare.”

Appelbaum precisa inoltre che la formula originaria è stata concepita per aiutare i direttori finanziari a valutare investimenti interni, come l’acquisto di macchinari, assumendo che il tasso di rendimento di un progetto possa ripetersi costantemente su base annua.

Confondere l’IRR con il rendimento netto annuo può portare a conclusioni fuorvianti, come dimostra un recente studio accademico di Ludovic Phalippou, professore di economia finanziaria a Oxford. Nella sua analisi, Phalippou ha calcolato che se la parte di private equity nel fondo di dotazione di Yale avesse generato un rendimento netto annuo del 36% dal 1990, oggi varrebbe 5.000 miliardi di dollari, mentre il reale valore complessivo del fondo è 41 miliardi.

Tra gli strumenti alternativi di valutazione proposti, Appelbaum indica il Public Market Equivalent (PME), una metodologia introdotta negli anni ’90 da economisti per superare i limiti dell’IRR confrontando il rendimento di un fondo con un indice del mercato azionario pubblico.

Tuttavia, il PME è una misura complessa che normalmente solo i grandi fondi pensione o i loro consulenti sono in grado di calcolare correttamente, rendendola poco accessibile per l’investitore medio.

Un altro indicatore in uso nel settore è il Distribution to Paid-in Capital (DPI), un rapporto che mostra la quantità di denaro effettivamente restituita agli investitori rispetto all’ammontare inizialmente investito. Un DPI pari a 1 indica il rientro del capitale iniziale, mentre un DPI di 2 significa che il capitale si è raddoppiato.

Il DPI è particolarmente utile per investitori interessati alla liquidità, ma rappresenta una misura postuma e non è indicativo delle performance future. Come sottolinea Phalippou, un DPI basso non è necessariamente sinonimo di risultati negativi.

La confusione tra DPI e IRR, ovvero considerare il primo un equivalente del secondo, è un errore frequente che rischia di fuorviare chi prende decisioni di investimento basandosi su numeri non pienamente interpretabili.

Il dibattito sui fondi privati è spesso basato su metriche discutibili che possono trarre in inganno. Phalippou ha dichiarato a Business Insider che “la misura del DPI è un indicatore riduttivo e spesso fuorviante. Si può avere un DPI pari a zero e allo stesso tempo registrare eccellenti risultati, ad esempio un fondo giovane con guadagni ancora non realizzati che non ha ancora effettuato distribuzioni.”

Stabilire quale metodo utilizzare per valutare i rendimenti rappresenta solo il primo passo. Gli investitori desiderano anche comprendere come i fondi privati si confrontano con il mercato azionario, un tema ben più complesso. Indici noti come l’S&P 500 o il Dow Jones sono punti di riferimento familiari, ma i rendimenti del private equity vengono frequentemente messi a confronto con indici che registrano performance inferiori, come il Russell 3000 o l’indice MSCI World.

Hooke ha osservato: “Si tende a utilizzare il Russell 3000 perché ha risultati peggiori.” Quando ha esaminato i ritorni di 19 grandi operatori confrontandoli con l’S&P 500 nel periodo dal 2007 al 2020, ha scoperto che meno della metà ha superato il mercato. Da investitori individuali, spesso non si dispone di dati sufficienti sulle performance degli asset di un fondo privato per calcolare indicatori come il Public Market Equivalent. Si resta quindi vincolati ai parametri forniti dal fondo e dal gestore del piano pensionistico.”

Inoltre, bisogna basarsi sulle valutazioni degli stessi asset svolte dal fondo. L’unico modo per determinare il valore reale di un investimento privato è venderlo, ma finché ciò non avviene, gli asset devono essere valutati per calcolare le performance del fondo. Questo processo, noto come “mark to market”, obbliga gli investitori del private equity a stimare il valore delle proprie partecipazioni private attraverso analogie con vendite recenti di asset simili, un procedimento analogo alla perizia immobiliare.

Hooke ha sottolineato: “È quasi completamente basato sulla buona fede.” Le società di revisione effettuano un controllo approssimativo di queste valutazioni, ma possono esaminarne direttamente solo una piccola parte. Un rapporto di Morningstar del 2024 evidenzia un ulteriore problema: tali valori stimati mostrano una volatilità molto inferiore rispetto ai mercati pubblici, fenomeno definito “modello di smussatura della valutazione”. Una minore volatilità può sembrare un vantaggio per il private equity, ma complica profondamente il confronto con i mercati azionari, come sottolinea Morningstar.

Un aspetto positivo è che chi risparmia per la pensione non sarà abbandonato a se stesso durante questa complessa valutazione. I piani pensionistici 401(k) non sono piani liberi in cui ogni individuo decide autonomamente dove collocare i propri risparmi. Sono infatti gestiti con la supervisione di professionisti incaricati di costruire, valutare e proporre le opzioni di investimento agli iscritti, che poi selezionano tra una lista predefinita di alternative.

Alcuni di questi soggetti, come il datore di lavoro che offre il piano o il team delle risorse umane che lo amministra, hanno un obbligo fiduciario, cioè devono prendere decisioni esclusivamente nell’interesse dei partecipanti al piano pensionistico, sotto pena di conseguenze legali e danni reputazionali. L’ordine esecutivo dell’ex presidente Trump ha ribadito che tali fiduciari resteranno responsabili della tutela dei risparmiatori anche quando valutano investimenti in fondi privati.

Un ulteriore elemento rassicurante riguarda la quota di fondi privati nei piani pensionistici: gli esperti del settore ritengono probabile che rappresenterà solo una piccola parte del patrimonio totale. Una soluzione in prova prevede che un fondo privato occupi tra il 5% e il 10% di un piano gestito più ampio, come i fondi a scadenza prefissata (target date fund). In questo modo, gli iscritti non si trovano di fronte a una molteplicità illimitata di scelte, ma solo a poche opzioni private — a volte anche a una sola — facilitando così l’analisi delle performance.